Sunday, May 23, 2010

Rosa Parks

Il 1 dicembre del 1955, a Montgomery, cittadina dell'Alabama, Rosa Louise McCauley Parks, 42 anni e tanta stanchezza nelle gambe, rifiuto' di alzarsi per lasciare il suo posto ad un passeggero bianco. Il 4 novembre del 2008, Barack Obama, afro americano, diventa il 44mo presidente degli Stati Uniti.
La storia e' fatta di grandi azioni e di piccoli gesti di cui ognuno puo' diventare protagonista. Ieri sono stata in una scuola elementare di Harlem: 148ma strada, ai confini della Manhattan dei grattacieli, dall'altra parte di Wall Street e del World Trade Center. Dall'altra parte di tanti di noi che raramente ci avviciniamo ad un mondo che, diciamolo, continua a spaventarci. Nell'auditorium della scuola c'erano le premiazioni per un torneo di scacchi organizzato fra le varie scuole elementari cittadine. Nell'attraversare i corridoi che portavano alla bella sala/teatro, sono passata davanti a tante aule. Barack Obama era li, appeso alle porte, con le copertine dei giornali che raccontavano la sua elezione e quel giorno in cui per ciascuno di questi bambini che la mattina siedono nei banchi studiano algebra e geografia, si e' aperta una nuova speranza. Ricordo di aver pianto come da tempo non mi capitava in quella notte magica ma anche con il pudore di chi sa che quella vittoria era meno mia di quanto non lo fosse per tutti coloro il cui colore della pelle racconta, urla, denuncia ogni sacrosanto giorno una storia di schiavitu' e di diritti negati. Quella vittoria, per quanto dovuta a tutti gli americani che sanno ancora credere nella forza della speranza e del lavoro, e' stata soprattutto la loro vittoria. Il prezzo, nemmeno intero, che la storia gli doveva. Nell'auditorium, sulle due grandi pareti laterali c'erano i disegni a matita, giganti, di Malcom X, Martin Luther King, John Fitzgerald Kennedy, Barack Obama e di Rosa Parks. Gli uomini e le donne che hanno creduto in un mondo migliore e sono rimasti al loro posto per questo: su un autobus, o alla Casa Bianca, o nelle strade, raccontando di quel sogno che come un virus ha contagiato milioni di persone in tutto il mondo. Sull'altra parete, fiero, Geronimo guardava i figli di coloro che avevano distrutto e macellato la sua gente e mi chiedevo se quell'essere in una stessa sala, fra i "grandi" bastasse a pacificare la memoria di un popolo cacciato via dalla sua terra. Il mio sguardo andava da Geronimo a Rosa Parks e l'emozione mi ha incollato a quella poltrona e mi ha fatto sentire fiera di vivere in un paese che ha sulle sue spalle crimini atroci e peccati mortali ma che ha anche, forte, la forza dell'ideale e della fierezza. Amo l'America non perche' sia un paese perfetto. Ma perche' pur nella sua profonda imperfezione non ha cancellato la dignita' di chi, ostinatamente, resta al proprio posto.
E sbaglia chi crede che sia semplice. Che un gesto rivoluzionario debba diventare rivoluzione. Prima di Rosa Parks altre donne erano rimaste sedute: Irene Morgan nel 1946, Sarah Louise Keys nel 1955 e Claudette Colvin di soli 15 anni. Non sempre i piccoli gesti diventano grandi rivoluzioni. E non e' per quello che vanno fatti. Vanno fatti perche' si e' stanchi di subire, essere conniventi e assistere inerti ad un'ingiustizia. Rosa Parks sapeva che non c'era nemmeno l'ombra della giustizia nel cedere il posto a quelcuno solo perche' la sua pelle era bianca. Rosa Parks era stanca morta e disposta a morire per quella sua stanchezza. A volte bisogna essere davvero stanchi prima di diventare dei rivoluzionari.
Diciotto anni fa, Giovanni Falcone e sua moglie e gli uomini della sua scorta sono morti a Capaci. Uccisi dalla mafia e dalla connivenza di un paese indifferente e ripiegato su se' stesso. Quel paese che Peppino Impastato attaccava da un microfono fino a che non gli hanno tolto la voce. Il silenzio uccide. Peppino parlava e combatteva chi a "cento passi" di distanza fingeva di non sapere e non vedere. Combatteva loro, i conniventi, prima ancora che i mafiosi.
Eppure la mafia non si combatte solo come hanno fatto Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino e tanti altri. La mafia si combatte dicendo di no ad un sistema mafioso che ormai si e' allargato alla quotidianeita' del vivere. Per ogni volta che per ricevere un servizio che ci e' dovuto abbiamo bisogno di chiedere "all'amico", noi stiamo sostenendo la mafia e il suo modus vivendi. per ogni volta che per ottenere un lavoro dobbiamo raccomandarci al politico di turno, stiamo sostenendo un sistema mafioso. Per ogni volta che per aggirare la legge, anche per piccole cose, stiamo chiedendo l'intervento dell'amico traffichino, siamo conniventi di un sistema mafioso. Per ogni volta che rassegnati e indifferenti diciamo che "tanto non puo' cambiare", siamo complici di un sistema mafioso. I soldati della mafia non hanno sempre una pistola. Spesso, troppo spesso, hanno solo la convinzione che adattarsi ad un sistema sia la cosa meno dolorosa e sicuramente la piu' comoda. I soldati della mafia, quelli che hanno fatto saltare in aria l'auto di Giovanni Falcone, siamo noi. Nessuno escluso.
Noi siamo i soldati della mafia perche' pensiamo che non ci sia niente in comune fra Rosa Parks e Paolo Borsellino. Noi siamo i soldati della mafia perche' ci consoliamo pensando che, si' e' vero, Barack Obama non e' un eroe o un santo e quindi non e' diverso dal nostro presidente. Noi siamo i soldati della mafia perche' oggi fra il racconto dell'impresa dell'Inter e le scene di Capaci, scegliamo la prima. Noi siamo i soldati della mafia e siamo un esercito.

1 comment:

Leonardo said...

Confermo e condivido tutto quello che hai descritto con efficacia. Inevitabile ricordare il "lavoro" che la "siciliana ribelle" Rita Atria ha lasciato ai posteri inconsapevolmente affinchè la mafia fosse combattuta dal basso. Sfogliando e leggendo i suoi diari si possono trovare dei passaggi significativi dove racconta che la prima forma di mafia che dobbiamo combattere e sconfiggere è quella che si annida in noi ed è pericolosa perchè si manifesta in maniera subdola. E' un problema strettamente culturale e in un recente incontro il procuratore capo di Torino ha tenuto a sottolineare che la magistratura, da sola, difficilmente può sconfiggere la mafia: ha bisogno anche del sostegno della cittadinanza denunciando e non voltandosi dall'altro lato.
E allora è meglio avere nella nostra biblioteca qualche annuario in meno di calcio e una copia de "i complici" (Abbate/Gomez) in più.