Wednesday, May 19, 2010

Regole

Quando sono arrivata a New York, rotta come una tazza dell'Ikea che non sai nemmeno se valga la pena riparare, non avevo certezze ne' punti di riferimento. Sebbene fossi stata in questa citta' tante volte, viverci era tutt'altro. Non avevo amici, ne approdi. Posti dove andare o da dove scappare. C'era una casa nel Queens e Napoli dentro a farmi male per assenza.
Ho amato tre citta' come si ama una casa propria. Luoghi dove ti senti libero di girare senza una meta, da una stanza all'altra, solo per il gusto di sentirti "a casa". Ho amato (ed amo) con la stesse struggente intesita' Napoli, l'Avana e New York. Per tutte provo quella propensione delle madri che non vogliono sentir parlare male dei propri figli. Da tutte, pero', come una madre dai propri figli, vorrei il massimo. L'Avana e' stata la mia "casa d'estate", quella della liberta' assoluta, dove cammini scalza e senza badare troppo ai vestiti, e ti muovi sempre al suono impercettibile di una musica che spinge i tuoi passi con l'eleganza di una danza. Napoli e' stata la mia "prima casa", quella che ti costruisci e che ti costruisce. Quella che costa le fatiche piu' grandi e i sacrifici piu' difficili.Quella che non dimenticherai mai perche' li' ti sei mantenuta forte, aggrappata a qualcosa, ad ogni tormenta che passava e sei sopravvissuta. Napoli. Ne pronuncio il nome in silenzio e ho un nodo in gola. Napoli, la cui immensita' e' solo per gli occhi di chi la vuol vedere e la cui miseria e' per tutti, da prendere a piene mani, credendo che faccia ridere.
New York e' la casa senza definizioni. E' il vestito cucito addosso da Armani: non fa una piega eppure incanta. New York e' la regina che ti fa sentire re se impari a guardare in alto senza paura; anzi, con la paura finalmente amica fidata.
Eppure in quella prima settimana di prigionia nel mio dolore ho quasi odiato New York. Quel suo essere troppo grande, troppo rumorosa, troppo azzurra, troppo verde, troppo calda o troppo fredda. Se non sai aspettare che la citta' finisca di presentarsi e spiegarsi, e' solo quel "troppo" che ti annichilisce. Quando finalmente le mie paure e le mie malinconie hanno deciso di prendersi una tregua per farmi almeno respirare, ho trovato il mio primo contatto d'amore con la citta': le regole. La meraviglia di una vita ritmata su regole piccole o grandi mi ha fatto sentire al riparo dai miei incubi di quell'altra vita deprivata di ogni forma di rigore. I biglietti del tram da pagare, le regole per i cani, le regole del condominio, le regole per lo stadio, le regole per la palestra, le regole per le regole. E sebbene anche qui, ovviamente, ci sia una percentuale minima di chi se ne frega e prova a fare il furbo (solitamente non gli va tanto bene), ti accorgi che la maggioranza delle persone segue quelle regole senza nemmeno chiedersi se siano giuste e sbagliate. Se sono regole le esegui. Se non ti piacciono, civilmente chiedi che vengano cambiate e se sei in maggioranza, si cambiano. Nella mia prima casa il proprietario mi aveva chiesto di non fumare. Non ho mai fumato in casa. Stupida? Secondo molti amici italiani si.
Ecco. Il mio punto e' che fra un estremo e l'altro io scelgo questo. Fra le regole rispettate anche al di la' del comune buon senso e le regole che vengono ignorate e le persone che vengono derise se per caso gli viene in mente di seguirle, io preferisco quest'estremo qui. Io scelgo New York.
Edvige lo sa che non odio l'Italia e tano meno Napoli. Facile capirlo e lei ha capito. Credo che la odino di piu' coloro che gettano una carta per terra e salgono in autobus senza biglietto.
Gli stranieri, e' vero, ancora amano l'Italia. Ma Firenze o Venezia. Non Napoli. Che amerebbero se qualcosa li convincesse ad andarci e se una volta arrivati li' non sentissero di essere davvero a Gomorra. Forse fara' scandalo, ma non ho letto il libro di Saviano. Se posso permettermi dico che non mi serviva. Se hai vissuto a Napoli sai di cosa parliamo. Ma io non credo che il problema sia Saviano e il suo libro. Il problema e' quando quello diventa un fiore all'occhiello, l'unico, alla faccia di musei e bellezze naturali che farebbero scomparire tante altre citta' in un secondo. Quando quello diventa (nella sua assoluta' realta' sia chiaro) il tratto distintivo UNICO di una citta'.
Saviano e' un eroe per molti. Bene. Ma mi chiedo quanti di quelli che hanno letto il libro o visto il film e sono pronti a dare la vita per Saviano, sarebbero disposti a non accettare un cavallo di ritorno, a non comprare in negozi di camorristi, a non andare in ristoranti di camorristi, a non ascoltare musica di camorristi, a prendere le distanze in ogni modo possibile da tutto cio', che anche lontanamente, puzza di camorra. Quanti sono davvero disposti a smetterla di essere omertosi e conniventi accettando che la guerra alla mafia inizia ogni giorno con ciascuno di noi e con ogni piccolo nostro comportamento? Chi vive come ho vissuto io a Napoli e la ama da dentro le viscere, deve alzarsi ogni sacrosanto giorno e scegliere con ogni sacrosanto gesto fra la legalita' e l'illegalita' e rifiutare categoricamente ogni eco di quel mondo schifoso.
E' facile amare Saviano oggi. Ma questo non mi interessa. Mi interesserebbe di piu' che si odiasse quel mondo di cui lui parla. E che e' costato la vita a Giancarlo Siani e che pesa come un macigno, ogni giorno, su Rosaria Capacchione e altri cronisti di cui pochi conoscono il nome.

3 comments:

rosanna del vecchio said...

ciao cara!

rosanna del vecchio said...

ciao cara!

Leonardo said...

Angela il tuo post è un pugno nello stomaco. Ma paradossalmente è salutare!Inchiodi noi cittadini davanti alle proprie responsabilità. Già, perchè il problema sociale che tu sollevi non riguarda solo Napoli, ma molte altre città e paesi del centro sud. E' semplice dare la colpa soltanto alle Istituzioni, che pure hanno una grandissima responsabilità (e spesso sono esse stesse vicine alla criminalità), ma la vera rivoluzione culturale e sociale deve partire dal cittadino che deve smettere di essere solo popolo. Non è facile specialmente perchè manca la cultura del rispetto delle regole. Una cultura che non è radicata.Ciò che mi colpisce maggiormente del non rispetto delle regole, sia la cartaccia buttata per terra o fregare il prossimo alla fila delle poste è l'assoluta automaticità e nanturalezza con cui il gesto viene compiuto. Sconcerta inoltre l'indifferenza pressochè totale della gente che non redarguisce ed educa il concittadino a rispettare le regole. Probabilmente hai ragione tu Angela: chi è irriguardoso delle regole non ama la propria terra. E cercano in Saviano il pretesto per deresponsabilizzarsi.