Monday, December 28, 2015

Ricami







Ho percorso i ricordi ad uno ad uno
Ho riascoltato ogni nota che ci univa
Ho guardato le nostre foto
Ho riletto i nostri messaggi
e le nostre mail
Ho messo in viva voce i messaggi del telefono
Ho messo insieme lo spazzolino e la rosa

Ho lasciato che tu fossi ago sulla pelle
a ricamare un orlo di dolore

Ho respirato

Con occhi asciutti

E ho cancellato tutto
Ogni traccia
Ogni calamita di inutile struggimento
Ogni fonte di aggiuntiva pena

Ho cancellato quel filo
che continuava a portarmi a te
mentre il rasoio correva veloce
sulla pelle
a suggellare la fine del lutto

So che ci siamo amati
in momenti di distrazione delle nostre paure
ma non e' abbastanza per voler ricordare

La vita ricomincia oggi
La vita non e' mai finita
La vita non aspetta
La vita urge presenza
La mia

E di te mi resta il ricamo sulla pelle
appena finito
con ancora il sangue aggrumito
che ne porta via la futura bellezza

Resta il ricamo.
Un giorno sara' piacevole scorrerlo sotto le dita
Ora lo copro
Lo nascondo
e ricomincio il cammino

Senza di te.

Thursday, December 24, 2015

Felicita' e': Natale





Mi sono svegliata presto. Troppo. Come sempre, ultimamente. Negli ultimi tre mesi, dormire e' stata la cosa piu' complicata. Persino piu' difficile che tenere a bada la lama affilata del dolore, chiudendola stretta fra le mani che sanguinavano ad ogni centrimentro che "quella" guadagnava, fino al centro del mio sentire.
Ho guardato fuori e avrei voluto essere a Napoli. Per una volta. Per scendere a camminare fra i pescivedoli, incantata da tutto quel ben di dio piu che dalle stesse luci di Natale. Non desidero quasi mai di stare a Napoli ma ci sono "emozioni" che Napoli mi ha regalato che sono insostituibili e che sono parte della mia stessa carne.
Lo spettacolo meravigliosamente pagano della notte del pesce, alla vigilia della vigilia, e' una delle cerimonie religiose piu' intense alle quali abbia assistito. Con il Vesuvio sullo sfondo, le due punte di costa, Capri che dorme e, con un po' di fortuna, cieli chiari e niente pioggia con un nero di seppia che si trasforma in blu e viola e poi rosso fino ad esplodere in una mattina di assoluto splendore.

Non potrei piu vivere a Napoli, ma Napoli vive sempre dentro di me. E' la mia parte migliore. E' conforto e carezza, profumo e graffe fritte, cultura senza fondo e capacita' di sorprendersi. E no, non e' la citta piu' bella del mondo, come non lo e' New York, ma e' tutto cio che devi sapere per scoprire la felicita': puoi viverci e non accorgertene, oppure puoi capirlo e cogliere il senso dell'umano esistere.

Quest'anno non sapevo, fino a ieri, se sarei riuscita ancora a trovare parole per questo Natale. Parole di rifflessione e meditazione. Parole non per un bilancio ma per l'unico aspetto religioso di questa festa in cui mi riconosco: la possibilita' di guardare oltre se' stessi e comprendere l'importanza fondamentale di cio' che abbiamo e anche di cio' che ci manca.

Gli ultimi tre mesi, dicevo, sono stati un calvario, di quelli che tutti conosciamo quando la vita decide di metterci alla prova e colpirci tanto e forte. Faccio un elenco impreciso e frettoloso solo per ricordare, se ce ne fosse bisogno, a me stessa, a cosa sto tenendo testa. Un lavoro "sicuro" e' sfumato all'improvviso per la solita superficialita' e arroganza italiana, quella per capirci che ha ridotto il nostro paese all'ombra di se' stesso. Quello ha ovviamente creato problemi economici che mi hanno obbligata a ridimensionare in maniera devastante la mia quotidianeita'. Per sopravvivere mi sono sottoposta a tour de force di 14 ore al giorno con zero momenti di "svago". Intanto, un giornale con il quale avevo collaborato per cinque anni, dal primo numero, mi ha "sollevata" dal mio incarico senza nemmeno comunicarmelo, senza nemmeno il buon gusto di dirmelo: come fossi merda da pulire sul pavimento. Mentre una quotidianeta' complicata e dolente mi toglieva sonno e chili (questo e' positivo pero'), una storia d'amore di due anni finiva all'improvviso come se non ci fosse stato nemmeno un momento d'amore. Crudelmente nelle successive due settimane uno dei mie piu cari amici, un pezzo di vita mia, ci lasciava senza darci il tempo di essere pronti. Non si e' mai pronti a dire adddio. Tutto il resto sono sigarette fumate una dopo l'altra, notti insonni attorcigliata su me stessa per sentirmi, sapere che ero ancora viva, momenti di lacrime ribelli in metropolitana o sotto sguardi attoniti ma mai giudici, furia incontrollabile, un drink di troppo, corse in bicicletta come fosse  un massacro e silenzi che non riuscivo a sciogliere. Mia amica fidata e sempre pronta, solo la scrittura. Scrivere del dolore e' coraggioso. Come scrivere della felicita'. Puo' sembrare finto. Ma quando stai cosi, sospeso fra dolore e furia, fra ribellione e voglia di arrendersi, fra giorni sfinenti e notti affaticanti, allora non si pensa a chi non capira'. Si pensa a sopravvivere. Ad arrivare alla curva successiva. Con la paura in corpo, la spossatezza nelle ossa e la voglia di spaccare tutto.

Eppure non lo fai. Anche quando come due minuti fa un altro accidenti succede. Un altro. Alla Vigilia di Natale. Vaffanculo pensi. E poi sorridi. Perche' e' tutto li. Natale arriva per una ragione precisa ed e' per questo che lo amo: perche' e' film di memorie, lungometraggio di momenti, di volti, di risate, di commozione, di notti insonni, di carte da regalo, di fiocchi e di biglietti. Natale e' un film che hai visto mille volte e che rivedi come un bambino che riascolta la stessa fiaba: perche ne conosce la fine. La fine e' la salvezza e la felicita'. Che no, non arriva il 25 dicembre ma quel giorno, mentre intorno manca qualcuno ma anche c'e' un volto nuovo, una nuova vita appena sbocciata, quel giorno ci si puo' fermare e guardarsi quel film e commuoversi e gioirne.

Questo sara' il mio nono Natale senza mia madre e mio padre. Non li ho mai amati tanto e mai ho avuto certezza di quanto mi amino nel non chiedermi di tornare. Se potessi esprimere un desiderio sarebbe solo di abbracciarli un attimo oggi. Ma oltre questo, ci penso e non mi manca nulla. Sono qui. E scrivo. E Dorothy mi guarda mentre l'albero acceso rischiara la penombra di un giorno insopportabilmente caldo e umido. Verra' il freddo e la neve e l'amore e il lavoro e mi troveranno pronta. Mi troveranno viva. E questo e' il mio Natale. Sono nata ancora. E' questo il miracolo.

Wednesday, November 11, 2015

When Things Fall Apart


There is an unwritten law, according to which, when you are going through a crisis in your life, everything starts falling apart. Little things and big things. Everyday, you wake up with that heavy weight squashing your soul, but still with the hope that something good is gonna happen, or at least, nothing bad. And it lasts few hours. Then, another piece of your life falls on your head, mostly before that you can find shelter anywhere. It is one hit after the other. One punch after the other. There is no escape. You are there, like Rocky Balboa on a ring, unable to move under the unbearable violence that is hitting you hard. You feel dizzy, in agony, exhausted and you want to give up and finally cry your despair. But you don't give in. You don't even cry. Crying requires a certain amount of peace: crying is what you do when something is eventually over, done, devoured. Then, you can cry and you do cry and  cry to find some solace, some consolation. But when you are there, on that ring, with the only urge to resist, to survive, you cannot even cry. Simply you can't.

So you do all the useless things that human beings do when they feel hopeless, broken: when a smile looks as something you will never achieve again. You buy cigarettes again, you pour yourself a drink and a second, you stay up all night, you eat junkie or you don't eat at all. In order to feel better, or at least trying to feel anything anymore - anything - you need to keep hurting you. May be to prove to the universe that life is yours and that you should be the only one allowed to cause you harm. Or you start to look restlessly for a distraction: anything. You stay up late with friends partying, you talk and talk and talk even with strangers, going through the same details, thousands times, feeling the knives digging in the wounds, again and again.

I don't do that. Not the last part, I mean. I have learnt that we can only share grief with people who can deeply "feel" it. That don't even need too many details, or reasons or explanations. People - friends or family - who are part of your life and so they know. They can feel your feelings. They don't' need details to decide to wait for you at the front door, at night, offering you open arms and quiteness.

I don't look for "forgetfulness" as much. I don't believe in distractions. I truly believe in the necessity to metabolize the pain, face it, accept it and grieve. If you don' t do that, the pain that you are hiding behind the distractions, will be back soon, hit you again and hurt you again. When everything seems to fall apart in my life, I do a lot of unreasonable things: I smoke (not being a smoker), I drink (not being a drinker) and I don't sleep. And I look for friends who can hold me tight, silently. No need for words. Friends who, you know well, are not going to pronounce that rethoric and pathetic sentence: "you are strong, you will make it just fine". Of course I am strong. And brave. Being in pain, if life is kicking your butt,  doens't mean that you are anything less than extraordinary - just means that you are human. And a rebel.

The worst sign, when I go through one of this time in my life, is that I am unable to write. Words on the paper (or computer) are needles in my flesh. They don't come easy. And when they do, they are slaps in the face. In Italian or in English. Living in a foreign country, speaking another language can really add to the torment, the frustration of being unable to express yourself in a proper, polished and correct way.

But then, it comes a day, when you wake up and you feel that your misery is still there, still the same, but you slept through it few hours. Without a drink. Without a cigarette.  And your bones hurt but you still want to take your bike and go for a ride. You still feel sick and nocious towards the bastard who hurt you, stabbed you in the back and run away. You still see all your worries for the future lined up. You still look at your dog, sleeping peacefully on the rug, feeling unable to accept that her weak heart is gonna take her away from you. You still feel that you would like to be away, faraway, on a desert island without the need to talk at all. But, there comes a day when you know that you survived the fury. You survived the disrupting wave of "pain" that broke your sky and made it fall to pieces. You suvived and you are back on your feet. Still shaky and unwell. But up.

And that is the moment when we have to do something for ourselves. Something important. We have to swipe away any temptation to think of ourselves as someone 'less fortunate'. Fortune or misfortune have nothing to do with the core of our being. Our actions count, instead. Even with events that we cannot connect to our responsability, our actions count. Even if someone that we trusted, acted as a lousy lice with us, our actions count. We have to take responsability and understand which kind of person we are trying to be and what lesson we get from all this, a lesson though that is not going to make us unfeeling and emotionless, but that is gonna help us to thrive.

So, when that day arrives, when the pain is just a little lighter, enough to leave us some room for something else, we have to show ourselves some love and put together our remaining energies to understand where are we at that point and which direction we wanna take to honor our faboulus journey. People die and a part of us die with them. The part they hold, the part we shared with them. People that we loved hurt us, badly, unable to manage their weakness and selfish attitude, they hit us as they don't care at all. Probably they don't. Dogs, our most loyal and beloved buddies, have always a life too short and we can never be prepared to accept their pain and say farewell. Still we do.  Jobs fail and we worry because we have to support ourselves and we are tired to be back out there looking for new opportunities. Shit happens. And we cannot stop it. We can stay still, hold the pain, rebel and survive. And we can, when the agony turns to something sweeter, love ourselves and, for once, hit something back in the face, hard, with all our energy: the feeling to be a failure. Because we are not. We are indomitable, audacious and reckless and we don't hide from life. We are not coward. We are precious imperfect resiliant and fragile stones. And we'll always shine.

Thursday, September 3, 2015

Ninna Nanna

Cosi placido in quella morte. Come un bimbo addormentato serenamente nella sua culla. Ignaro del resto. Ignaro di noi. Gente di merda. Guardatelo. Non lo uccidete due volte. Guardatelo



Caro Aylan

oggi tutto il mondo parla di te. E tu per un momento non sei un bimbo senza vita. Sei il coltello nelle nostre carni. Per questo molti parlano piu' dell'opportunita' di guardare quella tua ultima foto, che di te bambino, addormentato per sempre senza nemmeno la dolcezza di una ninna nanna.

Se ci fossero piu reporter e foto della guerra dalla quale la tua mamma o il tuo papa' volevano salvarti, forse smetteremmo di accapigliarci su una foto e penseremmo a te. I reporter e i giornalisti esistono per questo: per raccontare con parole e immagini anche la piu' cruda delle realta'. Con frammenti che passano alla storia e ne segnano anche il percorso. Come avremmo spiegato l'orrore dei campi di concentramento senza quelle immagini e quelle parole? O quello della bomba atomica? O degli olocausti africani? No, le foto non cancellano e non cambiano. Ma formano anime e sensibilita'. Portano, non chi ha smarrito l'umanita per sempre, ma noi che ancora possiamo fare qualcosa per questo mondo, a dire "io non ci sto", "io mi vergogno". 

Se, dopo essersi asciugati i volti rigati di pianto, per quel tuo sonno eterno, uno solo di noi fara una donazione per aiutarvi, leggera' qualcosa per comprendere di piu', rafforzera' la sua determinazione contro il razzismo e contro il fascismo, beh, allora il tuo sonno senza ninna nanna, non sara' una completa inutile vergogna. E quella foto, di cui discutiamo come fossimo dal parrucchiere a parlare di tradimenti e moda, sara' servita a qualcosa. Non a quelli senza umanita'. Ma a noi che ancora ne abbiamo un po'. A noi che oggi, mentre goffamente proviamo a superare questo dolore (perche' dobbiamo superarlo per pensare ai vivi, perche e' giusto e sacrosanto cosi), allontaneremo un altro fascista dalle nostre vite, un altro giustificalista alla vostra disperazione, un'altra percentualista che spiega che - in fondo - a morire siete comunque in pochi. 

Quando ho incontrato - e non lo dimentichero mai - la mamma di Jim Foley, il giornalista sgozzato dall'ISIS e mi ha detto "non guardo mai il video della morte di mio figlio", non ho avuto problemi nel comprendere. E sono con lei. Quelli sono video di "trionfo" di assassini maledetti e senza pieta'. Diffonderli significa celebrarne la potenza. Se mi dici che Jim e' stato sgozzato, io non voglio ammirarti mentre lo fai. Voglio conoscere quel giovane appassionato reporter e celebrarne la vita.

Si fanno paragoni sbagliati, goffi, inopportuni, Aylan, perche', devi capire, e' per noi difficile ammettere di essere corresponsabili di questo dolore. Noi che non vogliamo vedere. Noi che pensiamo sempre che siamo "niente per fare qualcosa". Noi che non riusciamo a vedere che milioni di piccole azioni, milioni di piccole donazioni, milioni di piccoli gesti di isolamento degli inumani, potrebbero davvero, ma davvero aiutare a migliorare questo meraviglioso mondo che tu non hai mai conosciuto.

Caro Aylan, io non sono mamma. Non ho mai voluto esserlo. Non me ne sono mai pentita. Ma non dubito nemmeno per un istante del valore della tua foto. Come di quello delle mie lacrime e di questo dolore che mi opprime. Perche' da ieri, non per te, che sei da tempo in una dimensione in cui nessuno di noi puo' piu farti del male, ma per me, per quella parte umana di me, non di donna, non di mamma, ma di essere umano, io ti tengo immaginariamente fra le braccia e ti cullo in una ninna nanna. Per me. Non per te. 

Abbi pieta' di noi e del nostro fracasso. Il mare che ti ha adagiato sulla riva, docile come un dondolio di braccia, in quella posizione fetale, senza nessun segno di dolore, e' stato migliore di noi. Ti ha cullato in questa buonanotte. Con le stelle che stavano a guardare. 

Vorrei che queste mie parole fossero ninna nanna per te. Tardiva e goffa. Ma ninna nanna. E che lo fossero per i tuoi fratelli vivi, con un numero marchiato sul braccio. Come bestie. Perche' abbiamo imparato il comandamento "ama il prossimo tuo come te stesso". E chi e' bestia, sa trattare il prossimo solo come vede se' stesso.

Caro Aylan, c'era tempo fa una bimba con un pantacollant rosa. Poi altri con pannolini inzuppati d'acqua e pance scoperte. Oggi ci sei tu. Io vi canto la mia ninna nanna. A bassa voce. Promettendovi che continuero' a fare cio' che posso. Non per voi. Ma per restare umana.

Saturday, July 11, 2015

New York




In questa settimana - per ragioni diverse - ho girato la citta in lungo e in largo. E nemmeno tanto. Perche' poi, in fondo, quando si dice "citta' " si pensa soprattutto a Manhattan.

Amo percorrere in lungo e in largo questa casa mia che mi svela angoli e prospettive sempre nuove e mai percorse. Eppure, in almeno tre occasioni, mi sono ritrovata, non per sbaglio, in alcune di quelle zone che solitamente evito e dove - grazie a dio - non ho nessuna necessita di andare con regolarita'. Non sono pericolose. New York e' una delle citta' piu sicure degli Stati Uniti e questo e' uno dei privilegi che me la fanno amare ancor di piu'.

Sono le zone piu' "segnate" dalla poverta', dal disagio sociale, dalle vite ai margini. Quelle zone dove l'homeless si mischia con l'alcolizzato e il tossico e tutti si mischiano con persone che vivono alla giornata in un groviglio di vite e di devastazioni che nemmeno in un film di Spike Lee.

Anche ieri sono stata in una di quelle zone. E ho notato una signora homeless. Somigliava a mia zia. Mi sono avvicinata e volevo darle dei soldi. Lei mi ha sorriso e mi ha detto che, se volevo, potevo comprarle un caffe. Cosi ho fatto: poi mi sono seduta vicino a lei e abbiamo chiacchierato per una decina di minuti. Mi ha detto "hai reso bella la mia giornata". Le ho detto "anche tu". Allontanandomi mi sono portata dentro un magone incredibile.

Quando sono in queste zone della citta' mi ricordo della paura terribile che avevo quando sono venuta qui. Per notti e notti ho sognato che mi sarei ritrovata cosi io stessa. Persa in zone sporche e senza via d'uscita, prigioniera e vittima di una citta che mi faceva immensamente terrore.

Si - New York mi terrorizzava. Ma la vita che vivevo in Italia mi terrorizzava di piu. Di New York avevo capito di cosa aver paura - o di cosa credevo dovessi aver paura, ma sentivo anche quell'energia vibrante che la sorreggeva, che avvertivi persino in queste sacche geografiche che altrove diventano ghetti impercorribili. A New York non sempre la poverta' o il disagio coincide con il "ghetto". Questa citta' mischia tutto insieme in un guazzabuglio che ti puo' sfinire e asfissiare. O ti puo' rimettere al mondo.

A me, personalmente, mi ha rimesso al mondo.

Detesto quando si fanno le gare fra "ma il paradiso e' meglio di New York", ricordandomi (davvero c'e' bisogno che qualcuno me lo ricordi???) che Positano e' unica, Roma eterna e Parigi una diva. Per me New York resta casa e dunque, il meglio per me. Come lo e' stata Napoli che mi ha dato tutto cio' che mi serviva per vivere qui a New York.

New York non e' una citta'. Non e' una cartolina. Come puo' una cartolina di un grattacielo essere superiore o finanche solo paragonabile alla cartolina del Colosseo? New York e' un viaggio dell'anima, che ti sprofonda spesso all'inferno facendoti, pero', poi sentire che ne puoi uscire.

A New York, infatti, se dice, puo' succedere tutto. Anche di vivere. E questo mi sembra tutto.

Monday, June 22, 2015

Italian Women don't like Women expecially the Obamas





When I was still living in Italy, I joined the Italian branch of the Emily List, the organization that - in the United States - is doing so much to support women in politics. I was pretty excited when I joined that group and  still have some good memories of that time. It was through that experience that I realized what was holding back women in Italy and why we were so behind compared to those living in other European countries. That was the time when I personally experienced the ugly truth that women, most of the time, can be women's worst enemies I found myself plunged in a group where co-operation and support were offered only superficially and used to maintain the power of few and the general practice was mostly inspired by a very sad attempt to imitate the worst male habits.

When I moved to the United  States, I didn't have any hope left for my own gender. I had no wish to support the equality and the empowerment of women. I felt hurt and betrayed. I was vulnerable during the transition  from one country to another and that was everything I "needed" to archive that period of my life as a waste of time and a failure. But we never completely fail and there is no action that we pursue without getting some good from it, some lesson, some inspiration.

This is why,  when my dear friend Delia and I  decided to found "The Women Collaborative", a group to support "women in transition", I was fired up and ready to go. That experience gave me a chance to heal and to recover 100% of my passion for women rights and for female friendship and support. I was blessed with meeting wonderful women  I truly admire many of whom are still in my life and who are an inspiration to me: Emme and Stephanie Ruhle Hubbard as well as many others.
With no surprise, but still with some sadness I just read some of the articles related to the visit that the First Lady, Michelle Obama, and Sasha, Malia and Ms Robisonmade to Italy, to visit the Expo in Milan (among other places). I consider already annoying and degrading that women feel the urge to write about women's style as we could not survive without those ridiculous detailed reports about dresses, shoes and hair. Just to make this clear, I am a fashion junkie. I am happy to discuss the brilliance of Oscar de la Renta and Giorgio Armani for hours and all my friends know that when I am sad or depressed I go to Bergdorf Goodman and spend hours trying shoes that I cannot afford. Fashion is an addiction to me. All this said, I find it unacceptable to waste ink to describe, in any details, women's style when they should be acknowledged for other and more important facts. Some journalists, took their tasks so seriously that they ended up making some very bad - and racist - comments about the First Lady and her daughters, comments that made me pretty furious (yes I am "passionate" as any southern Italian woman). In an article for "Corriere della Sera", in fact, Maria Laura Rodota' writes "Michelle, Malia and Sasha Obama are "ganzissime" (very old fashioned slang for "very cool"). They show how, being elegant and charming and chic, is not about pigmentation". The journalist also points to the fact that women with such perfect bodies might be a deterrent for other women, who could feel the urge to consume junkie food just to "forget" their imperfections. I am sure that the journalist didn't mean to be racist with her comment about the "pigmentation", but she was. And surely she didn't mean to insult all chubby women, but she did. Something that, if you had listened, at least once, to Mrs Obama speeches about obesity and the need to be healthy, you would never have stated. And there is more. Maria Luisa D'Agnese still for Corriere della Sera, writes in an article, (later edited to cut this sentence  but you can still find it online in its original version), that the "American First Lady disembarked in Europe colored as a chocolate candy". Again, the fact that these last two words were edited confirms, in my opinion, that, even if there was not a racist intent, there was for sure a sort of frivolity in the writing that is intolerable, especially in a country, Italy, that is interested by a strong and dangerous racial outburst. Needless to say, both articles shoot down Mrs Obama's (and daughters') style.

When I was living in Italy, I worked many times for women with "power". I had my share of "issues" with men but I will never forget when a women put me aside just because she didn't like my hair and when another one, during meetings with male colleagues, used always (and I repeat always) to ask me to go and get coffee for everybody. Unfortunately things don't change easily in Italy. The European country where you - asa  woman or single or LGBT - have less rights. But where we all wear very nice and "not too much colored" clothes.

Tuesday, June 9, 2015

sono nata

pensieri appannati dalle lacrime di gioia che non riesco a fermare... e per fortuna. Questo giorno io nacqui. Me lo racconta mia madre. Stava chiamando mia zia per andare a prendere all'ospedale perche si era stancata di aspettare. All'improvviso senti la mia testa spingere. Mi dice che e' stato un parto lampo e senza dolore. Quelli per lei sono venuti dopo: una figlia contestatrice non e' facile da gestire. Una mamma e' preparata (era preparata) a una figlia che si innammora, si sposa, fa figli. A lei sono "capitata" io. Perche' lei e mio papa' mi hanno cresciuta cosi senza nemmeno rendersene conto. E' stata dura per mia madre essere mia madre. E solo una donna speciale come lei poteva fare i conti con il suo retaggio culturale e cambiarlo al 100% per amor mio. Ora sono il suo orgoglio piu che mai. La sua bella figlia rivoluzionaria. Ah, se solo si aggiustasse quei capelli. Sono stata una bambina felice, ricoperta d'affetto e di attenzioni. Ho avuto altre mamme anche come Pina, al piano di sopra alla quale voglio ancora un bene enorme. E zia Elena. Che adoravo senza riserve e volevo proprio essere come lei. Quando mi dicono che le somiglio io gongolo. E zio Roberto, il mio papa' "senza ansie". Il mio fan numero uno: non c'era cosa che scrivessi che lui non trovasse tempo/modo di leggerla. Tornata a casa stanotte sono andata a rileggermi tutti i suoi sms: dio, il bene che mi voleva. Sono stata adolescente cupa e arrabbiata e poi donna fragile e intristita dal peso di un paese che non mi piaceva. Da piccola volevo fare l'hostess per poter viaggiare. Poi l'attrice per avere mille vite. Allora un giorno ho fatto le valigie e sono venuta a NY. Senza NULLA. Senza nessun appoggio. Sola senza nemmeno me stessa perche io non esistevo piu'. Sono rinata con il dolore che manco' alla mia prima nascita. E questa citta mi ha fatto da madre, padre, amica, amante e a volte mi ha messo a dura prova, senza pieta'. Ma sono qui: NATA. E sono cio' che volevo essere: hostess e attrice. Io e mille vite. Io e mille colori, quelli che Napoli mi ha mostrato e New York mi ha regalato. Oggi compio 8 anni della mia nuova vita. Otto anni che non sarebbero possibili senza quella di prima. E, senza retorica, perche' non ne conosco il senso, ogni vostro augurio e' stato come un abbraccio. Mi state tenendo in piedi. Non so se lo merito tanto amore ma ho imparato che sull'amore, quando c'e', sarebbe inopportuno farsi domande. C'e'. Ed e' la vita. In fondo quando sono venuta qui, cosi come quando sono nata, io volevo solo vivere. Solo vivere.
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Sunday, June 7, 2015

come in un film

pensieri di sole che quando non te lo aspetti piu, torna: 1) felicita' e' chiacchierare con Cristina Comencini e dirle che il suo bellissimo film "Latin Lover" mi ha ricordato mio zio Arturo, e mi ha fatto commuovere. E raccontarle di Mario Vitale, del suo film con Ingrid Bergman e sentirsi come a casa con un'amica mentre bevi un caffe 2) felicita' e' scherzare con Adriano Giannini, scoprire che e' simpaticissimo oltre che bravo, fumarsi una sigaretta sulle scale di uno dei miei posti preferiti di NY, con altri amici e scoprirlo curioso delle vite altrui. E avere molte convinzioni in comune 3) felicita' e' sentir parlare Claudio Santamaria di cinema ma anche di politica. E poi parlare di calcio ma anche di citta' e del suo amore per New York e pensare che chi se ne fotte se i piedi fanno male e lo stomaco e' a pezzi: li ci sto io e tutto accade senza un microfono, da persona a persona. 4) felicita e' parlare con Ivano Di Matteo e del suo film "I nostri ragazzi" e pensare alla bella gioventu italiana quella che deve andar via. Perche deve. E' un obbligo alla dignita' umana. 5) felicita' e' il tuo amico che ti prende e ti porta da un terrazzo all'altro, uno privato, con ny ai tuoi piedi e tu e lui che chiacchierate con il vento che ti scompagina la stanchezza e ti stende il viso provato ma mai domo. E sai che una felicita cosi bella nemmeno a volerla disegnare sarebbe stata cosi bella. 6) felicita' sono le amiche che pazientemente ti aspettano, che sopportano i tuoi capricci, la stanchezza, i tacchi alti, e ti ascoltano, ridono di te e con te e poi ti accompagnano a vedere il locale dove festeggerai il compleanno e appena entrate, senza nemmeno doverlo decidere, si mettono a ballare con te, felici. Fanculo i piedi che fanno male e la stanchezza e i capricci 7) felicita' e' questa citta che mi permette di camminare sempre, di notte, da sola, senza paura, riportandomi a casa salva. Sempre. 8) felicita' e' anche, si va detto, vederti li', a un passo da me, tu che hai abusato della mia amicizia e del mio affetto (e di quello dei miei genitori) per provare a rapinarmi la vita, e sapere che tu sei li' solo perche un amico di un amico di un amico ti ha concesso un morso agli avanzi, io sono li' in quanto me. In quanto esisto. Lo so, forse non dovrei goderne ma ieri non ho fatto il tifo per la Juve perche' le passioni - quasi sempre - non sono politicamente corrette. E per questo ti rendono felici. 9) felicita' e' sapere che oggi altro vestito, altri tacchi alti, altro momento di festa. E forse seguiranno "autoritratti" (che se non Santamaria mi rimprovera) 10) felicita' e' che oggi sarebbe stato il tuo onomastico. E per una strana combinazione tutta la famiglia e' riunita. E sono certa che ci sei anche tu

dalla mia pagina https://www.facebook.com/pages/Pensieri-di-felicita/1543122339286424?ref=aymt_homepage_panel

Monday, May 18, 2015

L'identita'






Sul mio passaporto italiano c'e scritto che sono residente a New York. Ricordo che gia' quello mi fece sentire di avere un'identita'.

Quando vivi all'estero, e ci sei andata non in condizioni "di sicurezza" o da "privilegiato", senti di non sapere piu chi sei. Sei un "apolide" con dentro quella disperante necessita' di restare italiano, perdendo tutto il negativo pero' che ci affligge, amalgamandoti con la tua nuova patria. Che poi qui non ha un volto, un colore, una religione: qua e' tutto. Qua e' l'arcobaleno davvero.

Quando qualche giorno fa mi e' arrivata la mia carta d'identita' newyorchese, ho sentito una profonda commozione. Ho sentito di avere finalmente un'identita', quella di cittadina di questa meravigliosa citta'. La carta d'identita newyorchese, voluta dal sindaco De Blasio, e' valida SOLO a New York, ma viene rilasciata anche agli immigrati clandestini, coloro che qui vivono e lavorano, hanno figli che mandano a scuola, festeggiano il Ringraziamento e le loro feste, ma sono "invisibili". Sans papiers.

Tutti noi, ora, abbiamo un'identita' che e' quella di una citta' che ci abbraccia e ci accoglie senza chiederci il conto delle nostre miserie di origine, dei nostri dolori e delle nostre ferite. Questa citta' ci accoglie, come da secoli accoglie disperati o visionari provenienti da tutto il mondo, chiedendoci solo di rispettare le leggi (e badate bene, lo chiede anche ai clandestini che di legge ne hanno gia' infranta una ma che, per la citta' di New York, non hanno per questo perso diritto alla loro condizione di umani). New York ci chiede di essere buoni newyorchesi restando cio che siamo: italiani, montenegrini, messicani, australiani.

Ci chiede, New York, di restare umani. E per questo ci regala un'identita' che dentro di noi, anime viandanti e spesso apolidi, si tramuta immediatamente nella voglia di ricambiare quest'accoglienza amando questa citta' come possiamo.

Un giorno sogno di diventare americana. Piu di ogni altra cosa. Non perche' l'America sia perfetta. Non esistono paesi perfetti e l'America lo e' meno di altri. Ma perche' voglio essere al 100% parte di un paese che ti accoglie e ti rende parte di un progetto. Che chiamiamo sogno, ma e' un progetto al 100% fatto di maniche rimboccate e di grande lavoro.

Quando si diventa cittadini, il presidente invia una lettera. Sono sempre molto belle. Questa che segue e' quella di Barack Obama.

Cari fratelli americani,Vi abbracciamo come nuovi cittadini di questa terra e vi diamo il benvenuto nella famiglia americana.Dalla nostra fondazione, generazioni di immigrati sono arrivati in questo Paese pieni di speranza per un futuro migliore e hanno fatto sacrifici per trasmettere questa eredità ai loro figli e nipoti. Questo è il prezzo e la promessa per la cittadinanza. Voi adesso siete parte di questa preziosa storia e siete di ispirazione per chi verrà dopo di Voi.I nostri principi democratici e le nostre libertà sono vostri e vanno sostenuti attivamente con impegno e partecipazione. Vi incoraggio a essere coinvolti nella Vostra comunità e di promuovere i valori che ci guidano in quanto americani: duro lavoro e onestà, coraggio e correttezza, tolleranza e curiosità, lealtà e patriottismo. Avete prestato un giuramento solenne a questo paese, e con ciò ne condividete privilegi e responsabilità.sono onorato di congratularmi con Voi per essere diventati cittadini degli Stati Uniti d'America Voi rappresentate la promessa del Sogno americano, e grazie alla vostra determinazione questa grande Nazione è ora la vostra Nazione.Sinceramente, Barack Obama

Spesso ripenso alla bimba del mare, quella con la gonnellina colorata morta a poca distanza dalle nostre coste.

E sempre la vorrei abbracciare e accogliere. Come l'America ha fatto con me. Come New York ha fatto con me. Bambina colorata a mio modo arrivata qui piena di dolore ma viva. Cio' che a lei, alla bambina del mare, non abbiamo concesso.

Thursday, May 14, 2015

Monday, May 4, 2015

Gallerie





Ci sono gallerie
che vanno dal parco alla passeggiata lungo il fiume

sono sempre un po' buie 
con solo quel semicerchio di luce
alla fine

come un parto
una nascita
una liberazione

per anni mi rifiutavo di percorrerle
perche una volta vi incrociai un topo
grande
spaventato piu di me
correva in direzione contraria
e ostinata

cercavamo entrambi la sopravvivenza
dalle nostre paure

per anni non ho percorso le gallerie
la luce al fondo
non era conforto sufficiente
la paura era catena pesante

poi ho preso la paura per mano
come fosse una bimba
e sono andata

presa per mano la paura diventa piccola
come una bimba

ho camminato al centro del tunnel
senza mai abbassare gli occhi
sempre fissando la luce

e all'improvviso ho visto l'acqua
e lo scintillio del sole
e l'azzurro 
e un orizzonte infinito come un sorriso

e sono nata ancora
un'altra volta

la mia strada
fra il parco e l'acqua
passa attraverso un tunnel
e ho sempre paura

ma sono la madre di quella bimba
di quella paura
allora la prendo per mano
e me la porto appresso
a rinascere

Friday, April 24, 2015

Gli occhi dei migranti


Ieri lavoravo a raccogliere appunti per questo mio post pubblicato su Wired questa mattina e - allora - mi sono dilungata a fare un po' il punto della situazione. Con qualche informazione in piu'. 

La prima volta che misi piedi a Ellis Island mi ero trasferita qui da poco. Sentivo ancora fortissimo il peso della solitudine e della lontananza. Nel corso di una visita guidata organizzata per i giornalisti stranieri, vissi, passo dopo passo, le tappe tipiche di un immigrato che sbarcava qui: le attese, la visita medica, quella specie di uncinetto che usavano per controllare gli occhi, le panche dove ci si sedeva prima di rispondere all’interrogatorio: 29 domande in tutto, sempre le stesse. E poi quella scala, larga, con un corrimano a dividerla in due metà: alla fine di ciascuna, un corridoio, uno per chi andava in New Jersey, uno per chi andava a New York. Non ho mai sentito parlare tanto di Ellis Island come in questi giorni, come dal momento dopo in cui un migliaio di “poveri cristi” ha perso la vita, non su una croce di legno, ma nella solitudine del mare, catapultati da una nave bestiame, riempita fino all’inverosimile. Ellis Island e gli italiani immigranti. Ellis Island e quelle foto che raccontano un dolore che è sempre lo stesso, a distanza di secoli, nonostante il colore della pelle diverso: il dolore di attraversare la morte, per poter vivere. Le foto delle navi che arrivavano a Ellis Island sono amaramente simili ai barconi che feriscono quotidianamente il nostro Mediterraneo: barche piene di occhi. Occhi dolenti ai quali è già stato tolto tutto e non resta altro che quel lancio di dadi, quella partita d’azzardo. Per una strana ragione, Ellis Island è diventata il simbolo di un contrasto feroce in questi giorni; il luogo geografico lontano che segna la separazione fra il razzismo e il non razzismo. Come se fosse l’unico attraverso il quale il dramma italiano sia passato lasciando pezzi di cognome e identità mai più ricostruite. La “diaspora italiana”, infatti, non è stata solo Ellis Island. Dal 1861 al 1985, 29 milioni e 36mila italiani emigrarono in altri paesi dell’Europa e in Nord America, Sud America, Nord Africa, Africa dell’Est, Australia e Nuova Zelanda. Poco più di 10 milioni di questi fecero ritorno in patria, mentre quasi 19 milioni restarono all’estero. Il numero totale degli italiani nel mondo è di circa 70 milioni di persone. Non fu solo l’America, dunque. Non fu solo Ellis Island a diventare testimone del nostro dramma di poveri, affamati, diseredati alla ricerca di una seconda opportunità. Fu il mondo intero, inclusi quei posti da dove oggi arrivano coloro che, troppo spesso, il mare divora. Eppure è Ellis Island ad essere diventato il “pomo della discordia”. Forse perchè qui, il museo dell’immigrazione permette di preservare una memoria che, altrimenti, si andrebbe perdendo. Una memoria che include la “selezione” rigorosa alla quale, quei poveri cristi, venivano sottoposti. Vale la pena, però, rivedere un po’ il racconto che di questo luogo si fa, per sostenere l’ipotesi che anche noi abbiamo subito la nostra quota di umiliazione. Senz’altro non c’erano tappeti rossi e fanfare ad accogliere chi arrivava a Ellis Island ma, prima di tutto, medici frettolosi, pronti a rimandare a casa chi appariva malato o non in grado di badare a se’ stesso. Eppure il tempo trascorso sull’isola, prima di poter procedere il proprio viaggio verso “il sogno americano”, era compreso, in media, fra le  2 e le 5 ore. Tutti dovevano dimostrare di possedere una somma di denaro di non meno di 18 dollari, per poter essere ammessi e solo il 2% in totale, si vide rifiutare l’accesso. Molti degli italiani arrivati qui, o i loro figli, divennero famosi: da Fiorello La Guardia a Mario Cuomo, da Frank Sinatra a Bruce Springsteen. Forse per questo, Ellis Island sembra, nella nostra fragile memoria, l’unico avamposto che la nostra tragedia umana ha dovuto superare. Quel pomeriggio, dopo la visita a Ellis Island, presi un caffè con un’amica che vive qui da molti anni in clandestinità. E’ giovane, allegra tranne quando mi dice che essere clandestina significa non poter mai tornare in Italia, nemmeno per un’emergenza. A New York, però lavora e ha una vita “regolare”. Lei non è passata da Ellis Island, ormai chiusa, e non è arrivata su un barcone ma è clandestina esattamente come ciascuno di quei poveri cristi morti in mare, sui quali tanta “filosofia” si sta facendo. E allora sfatiamo qualche “mito” che sento ripetere da giorni: 1) noi non eravamo migranti. Lo siamo. 2) noi non abbiamo arricchito l’America (o l’Argentina o l’Australia) se non nella misura in cui questi paesi ci hanno lasciato lo spazio di farlo. Noi non lasciamo nessuno spazio a nessuno. 3) nessuno paragona l’Italia agli Stati Uniti: gli immigrati, infatti, si fermavano nella quasi totalità a New York o si “allungavano” in New Jersey o in Pennsylvania. Al massimo il raffronto va fatto fra una nazione europea e tre stati di un paese. 4) noi non eravamo diversi: scapavamo dalla disperazione. Di diverso avevamo solo la pelle bianca, ma abbiamo vergogna ad ammetterlo. 5) moltissimi hanno lavorato duramente, sottopagati e sfruttati, come gli immigrati che arrivano in Italia. In più abbiamo portato con noi il crimine organizzato, quella mafia, camorra, ndrangheta che oggi guadagna sul “commercio” dei clandestini.  6) noi non ci siamo integrati più degli altri: ancora oggi ci sono immigrati italiani che parlano poco o niente l’inglese e frequentano solo ed esclusivamente persone della propria etnia.  Non a caso qui c’è una “lingua”, il broccolino, che era l’italiano/inglese inventato dai nostri antenati. 7) integrarsi, poi, non significa diventare uguali. In una terra laica e liberale, gli immigrati italiani hanno conservato intatte le proprie tradizioni, anche le peggiori: la festa di San Gennaro, da sempre, è infatti controllata dalle famiglie mafiose tanto che, regolarmente, i sindaci di New York, anche di origine italiana, la disertano. 8) sono circa 400mila i turisti italiani che visitano New York ogni anno: insieme all’ESTA proporrei una visita obbligatoria a Ellis Island. Perchè la memoria deve essere basata su fatti concreti e non su una letteratura che ci costruiamo ad hoc, per provare a rendere più dignitosa quella che possiamo chiamare solo miseria umana.

Friday, March 27, 2015

Vita nuova

"Ore 23.30. Il rullo dei bagagli gira a vuoto. Il mio bagaglio non c'è. Benvenuta in America, Angela. "Tanto domani torno a casa", mi dico mentre un nodo mi stringe la gola e lo stomaco. Voglio vomitare ma non posso, devo parlare con la tizia dell'ufficio "persi e ritrovati" per il mio bagaglio. Intanto, io mi sento solo persa e non so se lì, oltre al mio bagaglio, potranno ritrovare anche me. Non credo, la tizia è annoiata e detesta ripetere le cose, ma a quest'ora il mio inglese è rimasto indietro, insieme a tutta una vita vissuta e improvvisamente abbandonata. Il tassista mi chiede l'indirizzo, glielo dico e mi chiede che strada fare. Gli rispondo che scelga lui, tanto è tardi e non c'è traffico. Il fatto è che non ho assolutamente idea di dove sia Jackson Heights, né il Queens. Fosse per me, potrebbe portarmi anche all'inferno e non me ne accorgerei. Anzi, penso di esserci già all'inferno e la cosa pazzesca è che mi ci sono cacciata con le mie mani. La casa è bella e grande. Troppo grande, per consolare la mia paura. Quella paura che sarebbe diventata la mia migliore amica: paura di non farcela, paura di non avere i soldi per sopravvivere, paura della legge che non conosco, paura delle cose che non capisco, paura di morire di notte per strada senza nessuno che se ne accorga, paura di aver scelto disperatamente di vivere e di poter morire per questo. Sul tavolino, nel soggiorno c'è un libro: "My father's dream", di Barack Obama. Ho sentito parlare di questo senatore che vuole candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti e di quanto tutto ciò sia considerato folle. Prendo il libro per sfogliarlo e intanto penso a mio padre e al suo sogno giusto di vecchio comunista: di un mondo giusto, di persone giuste e di figli che se fanno la cosa giusta saranno felici. Penso a mio padre e mia madre, li ho appena chiamati al telefono per dirgli che sono arrivata e che sto bene. Odio mentire ai miei genitori ma non posso dirgli che mi sento morire e che ho paura e voglio tornare a casa. Non posso. Allora ingoio le lacrime che, però, maledettamente, continuano a scendere e mi sforzo di leggere qualche pagina… stavo facendo la conoscenza di Barack Obama, il futuro presidente degli Stati Uniti e l'uomo che in qualche modo mi avrebbe salvato la vita".

Questo scrivevo 8 anni fa, poche ore dopo il mio arrivo a New York. Questo rileggo ogni anno. E' come quando ogni anno misuri la tua altezza vicino alla parete e metti un segnetto nero e poi lo raffronti con quello che c'era prima. Sei cresciuto. Non invecchiato. Cresciuto
Seguo spesso, con particolare coinvolgimento, il dibattito (doloroso) di coloro che devono decidere se e' meglio restare o partire e volevo fare luce - dal mio punto di vista - di alcuni miti da sfatare. Giusto per mettere le cose in un'ottica piu' reale.


  • io amavo pazzamente New York ma se avessi avuto un lavoro e un po' di dignita' in Italia, non mi sarei trasferita qui. Non nel modo in cui l'ho fatto. Non senza avere nulla e senza conoscere nessuno. Non come quando si e' disperati. Diverso e' partire per lavoro. Dunque, se si ha un lavoro stabile, comprendo che si possa legittimamente restare in Italia. Anche se il paese soffre in maniera fortissima per una crisi prima di tutto etica e civile, ma restare, se si hanno i mezzi, e' piu che legittimo. Pero' questo e' il primo punto da considerare: chi vuole partire ha un lavoro o no?
  • chi non ha un lavoro, soprattutto se non ha un lavoro da molto tempo, dovrebbe andar via perche' in Italia i dati della disoccupazione non li ho inventati io. Soprattutto, pero', bisogna andar via perche' l'Italia NON e' un paese meritocratico e, dunque, anche se ci sono possibilita' di impiego, a beneficiarne sono solo coloro che hanno le giuste raccomandazioni - 7 volte su 10.
  • mi sento dire spesso "ma tu non avevi figli" (che culo vero? come se non li abbia avuti per caso e non si sia trattato di una decisione ragionata) - Vero. I figli significano maggiori responsabilita'. Eppure vorrei non si tralasciasse un particolare. Io quando sono arrivata qui ero sola. Persino Dorothy era ancora in Italia. Se fossi morta, nessuno avrebbe saputo nemmeno il mio nome. Quando tornavo a casa nei primi giorni, e avevo fame e paura e fame, non avevo nemmeno una spalla su cui appoggiarmi e piangere. Ero sola. Non avevo nessuno. E la solitudine puo' uccidere quanto la fame, quanto la paura, quanto la disperazione. Quindi si', e' vero, con i figli e piu' difficile... ma l'assenza di solitudine e' anche, per certi versi, un vantaggio. 
  • io parlo di New York e degli USA. Mica pero' significa che questo e' il paradiso. Il Paradiso non esiste. Non su questa terra. Quindi smettiamola di cercare i paesi PERFETTI. Il mondo perfetto. I luoghi diventano casa se danno risposte alle nostre priorita'. Le mie priorita' non erano la pizza o il Vesuvio o la mozzarella. La mia era la dignita'. La qualita' della vita. La possibilita' di sentire che valevo qualcosa in piu di quello che l'Italia mi aveva ridotto a pensare. Per questo New York e' perfetta per me. Quando ho deciso di trasferirmi volevo SOLO andar via dall'Italia. Ecco perche' abbandonai l'idea di Bologna. E scelsi Londra. Ma Londra aveva all'epoca la quarantena per i cani. Scelsi allora Parigi. E poi mi dissi "Parigi e' per innamorarsi, New York e' per ricominciare". 
  • so che se fossi venuta prima qui, probabilmente non avrei avuto dentro di me gli strumenti per sopravvivere. Eppure, oggi, sempre piu' spesso, penso che sarei dovuta andar via prima. Perche' la vita e' una, sacra e irripetibile. E io, come tutti, avevo diritto alla felicita' e, almeno per 10 anni, almeno negli ultimi dieci anni in Italia, io sono stata molto infelice.
  • io lavoro tantissimo qui: ritmi che non tutti possono sostenere e per incontrare gli amici devo prendere appuntamenti precisi, settimane prima. Comprendo che non piaccia a tutti. Ci mancherebbe. Infatti ci sono luoghi piu' affini a cio' che siamo: che si scelgano quelli
  • per ultimo un pensiero sulla frase piu' ricorrente che sento "bisogna restare per lottare". La mia vita non e' una guerra. La mia vita e' la ricerca della felicita'. Anche io sono rimasta per lottare. Inutilmente. Che lo si faccia, certo, che ci si provi, ma ci si dia un tempo perche' la vita passa. Io so, adesso lo so, che in Italia non cambiera' nulla. Eppure se tornassi indietro so che proverei ancora. Ma con una scadenza. Dopo la laurea si e' gia' provato abbastanza e se non si trova un lavoro nell'arco di un anno, bisogna andar via.
  • andar via non e' eterno. Nemmeno la vita lo e', pero'. Si puo' tornare. Io non voglio tornare, ma lo si puo' fare. Che ci si doni felicita' dunque.
  • New York e' la mia casa. No, non e' la piu' bella citta' al mondo. Non mi interessa questo. Come non mi interessa vivere nel piu' bell'appartamento al mondo. Mi interessa essere a casa e lo sono

Sunday, March 1, 2015

pensieri di felicita - 1 marzo

pensieri della domenica, in attesa della neve, la prima di marzo e speriamo non l'ultima di questo magico inverno: 1) molti anni fa, oggi mi laureavo, all'Istituto Universitario Orientale: 110 e lode. Uno dei giorni piu belli e importanti della mia vita. Come mi disse il mio adorato prof Romolo Runcini: questa e' l'unica cosa bella della vita che dipende solo da te, per tutto il resto ci vorra' anche fortuna. 2) 9 settimane e mezzo, 50 sfumature di grigio, biancaneve ei sette nani: i film erotici hanno sempre titoli pieni di numeri, la dimostrazione gia nel titolo che qualcuno crede che la quantita' sia meglio della qualita. Il mio titolo erotico e': tu 3)niente il fatto e' che ieri sera mi sono fatta i capelli in casa (come la pasta o la pizza) e mia madre oggi mi vede e mi dice: ma che ti e' successo???? E io che pensavo di assomigliare a Julia Roberts in Pretty Woman. 4) io oggi senza una mozzarella di bufala di Battipaglia mi sento come quelle che si vanno a vedere il film al punto 1 e poi organizzano l'uscita dell'8 marzo con le amiche per vedere uno strip tease maschile. Da resettare. 5) quei 5 maschi che hanno visto il film al punto uno, prima di farsi venire qualsiasi idea, facciano una verifica del proprio conto in banca. 6) ma se io faccio uno di quei fatti per raccogliere soldi on line per l'acquisto della Vespa, voi ce li mettete un paio di euro o fate i taccagni come al vostro solito stesso? 7) e' domenica: e il settimo si riposo'. 8) ma quelli che mi insultano perche non rispondo alle mail su FB quando ho detto mille milla volte che non le guardo e che leggo solo le email sulla mia mail personale, quante sfumature di vaffanculo si meritano? 9) oggi saremo io e la Jacuzzi bollente. Un grande amore e niente piu. 10) alla fine mi piace questa citta' senza persiane, nel chiarore della notte posso guardare il tuo profilo. La felicita' con la luce e' piu forte.

https://www.facebook.com/pages/Pensieri-di-felicita/1543122339286424?fref=nf

Friday, February 27, 2015

pensieri di felicita' - 27 febbraio

pensierini della felicita': 1) oggi mio nipote, Cristian Vitaliano, compie 17 anni. Come zia, ovviamente, lo amo cosi profondamente che ogni parola e' superflua. Lui, pero', merita davvero tutto cio' che la vita gli regalera': per tutte le volte che, con il suo silenzio, ha risposto agli insulti razzisti a lui rivolti. Da chi ha occhi ma non vede. 2) il venerdi e' il giorno della settimana in cui ti senti felice come prima del primo appuntamento. E' tutto un sognare cose splendide. Che poco importa se non si avverano. 3) aver lavorato per CINQUE anni con un giornale e non avere nemmeno la dignita' di una telefonata e' una soddisfazione: senza retorica, perche' segna le distanze. 4) non so se sia stato lo status sul "mangiare pane e olio" ma ho avuto vari inviti a cena da carissimi amici. Quindi ieri sera ho pianto di nuovo ma di felicita'. Sapete no? quelle lacrime che non fanno rughe. 5) oggi senza un completo intimo de La Perla mi sento come se fossi sull'Isola dei Famosi. Inquietante. 6) ho deciso di aprire una pagina FB per raccogliere queste mie perle di saggezza che voi vi impegnerete a piacere adorare diffondere e onorare. Dite LO GIURO. 7) quando vado al lavoro mi sento come Ulisse con le sirene: prima di arrivare devo superare indenne le vetrine di Alexander McQueen, Barney's, Oscar de la Renta, Max Mara. Quando mi siedo alla scrivania mi sento sfinita. 8) ieri Austin al quale insegno la nostra diabolica lingua mi ha detto "ma ora quanti lavori fai? quattro?" Ho detto "si" e lui "cool" 9) sono sempre stupita dall'esigenza di alcuni di dover definire l'amore con etichette precise come fidanzato? amante? trombamico? L'amore e' in se' stesso definizione. Un abito di Armani e' suo anche senza etichetta. 10) ieri ho risparmiato 15$ ull'acquisto di una cosa: un impulso pauroso alla somma per l'acquisto della mia Vespa 32.50$, vado a comprare il casco.

Thursday, February 5, 2015

erano giorni

Erano giorni di turbolenze

Erano giorni di amarezze

Erano giorni di addii

Ogni mattino mi svegliavo e dicevo addio a qualcosa e, straordinariamente, invece del peso dell'addio sentivo la leggerezza della liberazione.

Di fronte a me c'era il nulla. L'ignoto che mi raccontavo meno pauroso per non lasciare che le mie ansie mi fermassero ancora.

Dentro di me finalmente, seppur tardivamente, sopita quella voce nevrotica che suggeriva di restare, insinuava sensi di colpe, diffondeva immagini apocalittiche.

Ero come un bimbo nel ventre di sua madre: al sicuro, con tutto l'essenziale alla sopravvivenza ma non vivo del tutto. Nascere sarebbe stato doloroso. Per me e per mia madre che mi avrebbe rimessa al mondo dicendo "vai via, qui non sei felice". I genitori sentono l'assenza dei figli piu di chiunque altro. No, non bisogna essere genitori per saperlo. Bisogna solo aver abbracciato una madre e un padre in un arrivederci che non ha tempo di ritorno preciso.

Erano giorni in cui mi sedevo sul balcone di casa al mattino, con il sole negli occhi e imparavo a memoria quel panorama. Quasi sapendo che tanta bellezza mi avrebbe aiutata a salvarmi dalla disperazione. Capri, il luccichio riflesso sul mare, il Vesuvio, la collina di Posillipo sotto di me. Il silenzio di una citta diversa da Napoli eppure Napoli fino in fondo.

Erano giorni. Che a pensarli oggi sono anni interi in cui ho accumulato delusioni, stanchezze, disullusioni e offese e ho deciso di morire o vivere finalmente.

Erano giorni. Lunghissimi e brevi come un bacio d'amore: mai sufficientemente infinito.

Otto anni.

Erano giorni e poi sono diventati ricordi in lontananza. Mentre fra una ruga nuova e un momento di stanchezza, sento sotto la pelle la vita mia. La vita. Tutto cio' per cui vale la pena morire.