Wednesday, October 11, 2017

New York New York




Ci sono momenti fuggenti, per fortuna, come in inverno quelle sferzate di freddo sul viso che mi tagliano le labbra e feriscono gli occhi, in cui mi chiedo dove moriro’. Non come. Dove.

E quel pensiero, per un attimo, mi irrigidisce il cuore e rende piu’ profonda la ruga al lato della mia tempia, quasi sul sopracciglio.
Quando ero piccola, volevo fare l’hostess. Solo per volare. Per cambiare citta’, vivere in hotels sempre diversi e non avere un luogo con cui identificarmi. O, meglio, per averne tanti, cosi’ da lasciar vibrare quelle innumerevoli parti di me che sentivo, troppo spesso, mortificate nel loro afflato.
Mi dissero che ero troppo bassa. Fu la prima grande delusione: rinunciare a un sogno per una questione di centimetri. Ero bassa, ma avevo sogni alti. Come un flaneur, fin da ragazza, ho sempre percorso la geografia dei miei viaggi guardando in alto. 

A Napoli, citta’ che ha sdoganato, dentro di me, ogni passione e mi ha reso libera, andavo a studiare nel Chiostro di Santa Chiara, dove respiravo maioliche e volte gotiche e m’innalzavo oltre il limite dei miei pochi centimetri.
Non c’e’ una citta’ che amero’ come Napoli. Mai. La amo tanto che non sento nemmeno la necessita’ di ribadire questo amore quando, la mia lontananza, viene usata come metro di giudizio, per rendermi, rubando respiro a Erri De Luca “neapolide”.
Senza Napoli io ora non sarei qui. E nel dirlo non c’e’ nulla che suoni in maniera negativa nella mia testa. Io ero nata per vagabondare, non per restare. Napoli mi ha dato lo spessore, la forza, l’orgoglio, la tenacia, la passione per farlo. Mi ha insegnato che non bisogna innamorarsi di un panorama per essere felici. Bisogna avere, invece, percorso i vicoli stretti e bui, con l’odore costante di creolina e il fresco estivo che diventa freddo invernale, senza mai vedere il sole. Io quei vicoli li ho amati. Mi hanno insegnato a percorrere senza paura i vicoli bui e inquieti della mia anima. In quei vicoli ho imparato ancora di piu’ a guardare in alto.
Verso l’azzurro. 

Se dovessi sceglierne uno, sceglierei via Nilo. Non il piu stretto. Ma quello che ho percorso piu volte, a piedi e in Vespa, in un dialogo continuo e ininterrotto fra me e una citta’ che tutti dicono di amare ma pochissimi rispettano.Se un giorno, e non smettero’ mai di sperarlo, qualcuno decidesse di darmi la cittadinanza onoraria di Napoli (sono nata a Salerno) io sarei fiera come se mi avessero eletta presidente degli Stati Uniti.
O se mi avessero dato un Pulitzer. Se mi arrivasse la conferma ufficiale di cio’ che sono, senza se e senza ma, napoletana, io ne sarei onorata come le parole non possono descrivere.


Eppure, quando gli amici americani mi dicono che sono una “vera newyorchese” io sorrido fiera e orgogliosa. Ogni volta e’ come sentirmi dire “la tua statura e’ giusta, puoi fare l’hostess. Puoi volare”. Quando sono stata a Cuba volevo fermarmi a vivere li e lo stesso mi e’ accaduto con la Spagna o con Londra.


Perche’ Napoli mi ha insegnato che non hai bisogno di vedere il Vesuvio, come fosse una cartolina, per ricordarti la felicita’. Se l’hai vista, come io l’ho vista, nelle albe della vigilia di Natale, con i pescatori di Mergellina che vendevano frittura e capitoni o in quelle notti passate a giocare a Risiko in vico Fico, a due passi dall’Orientale, te la porti dentro e vedere altra
bellezza, amare altra bellezza, fare spazio ad altra bellezza e’ tutto cio’ che devi fare, per onorare Partenope.
Non so dove moriro’. So, pero’, ogni giorno, dove voglio vivere. Dove non mi mancano centimetri per volare. So che voglio vivere dove vivo. A New York. E mi basta.

Wednesday, October 4, 2017

Questa e' la mia casa


Ieri, uscendo dall’ascensore, ho incontrato i miei vicini; coppia adorabile, sulla settantina, lui prete e musicista, lei casalinga. Il loro cane, Rosie, salvato dal canile, non permetteva mai a Dorothy di entrare per prima in ascensore. Ora mi guarda sempre un po’ sorpresa.
Mi hanno detto che oggi avrebbero traslocato, per sempre. Per andare a Chelsea. Li ho abbracciati con affetto. Mi mancheranno. E mi manchera’ sentire la musica arrivare dalla loro porta, mentre aspetto l’ascensore.

A New York ci sono due cose difficilissime da trovare, un fidanzato e un appartamento. Con un mercato immobiliare fra i più costosi al mondo, la città diventa quasi un incubo quando si tratta di trovare un posto in cui vivere senza fare bancarotta e senza dividere i propri pasti con topolini e scarafaggi, senza nemmeno essere Cenerentola.

Nei miei primi cinque anni qui, ho cambiato sette appartamenti: alcuni non meritavano nemmeno quest’appellativo.
Uno dovetti liberarlo da un giorno all’altro e, non sapendo dove tenerli, mi lasciai alle spalle anche tutti i mobili, inclusa la poltroncina di bambù nella quale mi appollaiavo, mentre guardavo la TV. In quella stanza con angolo cottura che, presuntuosamente, chiamavo appartamento, ero stata, però, felice: li’ avevo ricominciato a scrivere veramente, seguendo la campagna elettorale di Barack Obama; li’ ero tornata alle 23.30 di un 31 dicembre per augurare buon anno a Dorothy e, con in mano, il mio primo visto da giornalista; li’ ero rimasta per 10 minuti al telefono con Michael dopo l’elezione di Obama, senza parole, solo singhiozzando. Entrambi.

In un altro, ancora più piccolo, un giorno Dorothy si alzo’ e puntò qualcosa, una cosa nera e pelosa. Enorme. Era un ratto. Più grande quasi di una mia scarpa. Passai la notte in piedi sulla poltrona. Poi scoprii che la mia casa poteva chiamarsi Topolinia, ma, siccome non mi sentivo Minnie, andai via di nuovo. Trovai il mio “studio” a Harlem due giorni prima della scadenza del contratto della casa dei sorci e, quando andarono via i traslocatori, pensai che odiavo quel posto. Con tutto il cuore.
E, invece, anche li’ fui felice. Anche li’ ci furono primi e ultimi baci e, soprattutto, ci fu Dorothy e tanta neve.
Quando mi sono trasferita in questo edificio, mi sono sentita felice e protetta. Veramente a casa. In tutti i sensi. E questo mio appartamento che, finalmente, e’ degno di questo nome, e’ pieno di luce e di calore.
Ed e’ arredato con pezzi lasciati da altri: ad ogni trasloco ho trovato un pezzo. Perchè qui ci si lascia sempre alle spalle qualcosa e ci fa piacere che qualcuno continui ad amarla quella cosa o a trovarla utile. Qui da me, ogni pezzo ha un nome e una storia. Ogni pezzo, e’ un pezzo di vita che ha incrociato la mia.

A New York e’ difficilissimo trovare la casa e l’amore. Eppure io sono venuta qui proprio per questo. Perchè difficile, non significa mai impossibile. Significa, non arrendersi. Significa, non smettere di sognare. Sognare sogni veri. Come quest’angolo di luce che io chiamo casa.

http://www.isegretidimatilde.com/questa-e-la-mia-casa/

Friday, September 29, 2017

Pensieri di felicita del 29 settembre 2017




pensieri spettinati di yogurt allo sciroppo d'acero mentre New York si rimbocca le maniche

1) felicita' e' il venerdì. L'annuncio. L'attesa. L'amore per il tempo senza orologio, senza telefono, senza tempo.

2) felicita' e' la luce che dal palazzo di sinistra si riflette sul palazzo di destra in un gioco di specchi invisibili. Percepibili solo agli occhi di chi guarda un po' oltre. Verso l'acqua. 

3) felicita' e' l'aria fresca che entra dalla finestra, eppur piena di sole. Aver bisogno di una maglia. Godersi il freddo dei piedi scalzi sul pavimento. Sentire l'autunno. Il momento in cui si puo' sognare senza sudare. Senza sembrare sciocchi. Senza sembrare troppo giovani o troppo vecchi. Si sogna di rosso. Avvolti in un plaid. Con il naso freddo. 

4) felicita' e' sognarti. Vederti mentre ti muovi e mentre muovi veloce le mani a stendere per bene la tovaglia sul tavolo. Quella rossa che ho portato con me. Quella che metteró sul tavolo domenica per gli amici. Perche' continui a vivere. Sognarti. E gli occhi umidi mi dicono che non basta sognarti. Eppure io - che i sogni li celebro - bestemmierei. Torna a farmi sognare. Parlami. E fra una parola e l'altra, accarezzami il viso con quella leggerezza di dita sottili. Portami via il dolore. Almeno un po'. 

5) felicita' e' il mio onomastico che quasi amavo piu del compleanno crescendo perche' era "noto" a tutti. Qui non riesco nemmeno a spiegare cosa sia un onomastico. Ma lo aspetto. Come quando avevo 6 anni. 

6) felicita' sono tutte le persone che si offrono di aiutarmi appena lo chiedo. Ho imparato nel tempo che chiedere aiuto richiede una forza enorme. Prima di tutto ha richiesto scrollarmi di dosso la parte di italianita' negativa (quella buona e' tutta li e la proteggo. Per noi - retaggio della cultura cattolica interpretata al suo peggio (colpa nostra ovviamente) - chiedere aiuto e' atto di debolezza e concedere aiuto e' gesto di carita'. Si innesta immediatamente una situazione di sbilanciamento fra chi aiuta e chi riceve e le due parti non si guarderanno mai negli occhi: resteranno lontane. Chi puo' dare e da', facendo "carità" e chi ha bisogno e riceve, sentendosi un fallimento. A New York, grazie soprattutto alla cultura ebraica, ma anche al fatto che questa e' una citta' laica, chiedere aiuto e' normale. Qui prevale il senso di comunita' che non coincide con la chiesa. E' comunita' di sguardi e di mani e di abbracci. Qui, quando ci si aiuta, ci si guarda negli occhi. Per non dimenticarsi. Uno con l'altro. Perche' l'aiuto serve a chi lo riceve e a chi lo dona. Senza per questo acquisire diritti sulla tua vita. O superiorita'. Per fortuna, spesso, anche in italia prevale l'aiuto laico. Ed e' un trionfo di generosita'.

7) felicita' sono le calze colorate. 

8) felicita' sono le frittelle di fiori di zucca. 

9) felicita' e' preparare il menu per domenica. 

10) felicita' e' Dorothy. Averla avuta con me cosi a lungo che ora e' ancora qui. Attaccata al mio cuore.


Thursday, September 28, 2017

IL PRIMO BACIO

L’ultima volta che ho respirato il respiro di Dorothy, la mia amatissima compagna pelosa, era l’8 giugno. Erano le 14.37. Faceva caldo, ma non troppo. Poche ore prima, per impedire al dolore, che mi aveva gia’ invaso ogni molecola, di bloccarmi il respiro, mi misi a seguire, in TV, la testimonianza di Comey, l’ex numero uno dell’FBI, che raccontava delle pressioni ricevute da Donald Trump, in un paio di incontri, per lasciar cadere le indagini sui suoi “uomini”.
Seguivo Comey e Dorothy dormiva sul suo cuscino. Sembrava un giorno qualsiasi. Alle 14.22 arrivarono la veterinaria e l’infermiera. Alle 14.45, un omone grosso, Frank, mi chiese il permesso di intromettersi nella mia vita, per portarmela via.
Per la prima volta, alle 14.46 dell’8 giugno, fui veramente sola a New York.
Chi sottovaluta la depressione sottile e pungente e asfissiante e lacerante che accompagna la perdita di un cane, probabilmente non ha mai vissuto in totale simbiosi con un altro essere vivente. Senza crisi, senza incomprensioni, senza drammi. Solo perfetta sintonia.
Per 14 anni e 5 mesi, Dorothy ha reso la mia solitudine mai vera. Mai totale. Mai assoluta. Quando apro la porta, ogni giorno, ogni volta, ogni maledetta volta, da quasi quattro mesi, io mi sento spaventosamente sola. E vorrei restare li, con la chiave nella toppa e poi sedermi sull’uscio e raggomitolarmi fino a scomparire. Fino a non sentire piu’ nulla.
Non so quanto mi manchi un cane. So che mi manca lei. Dorothy.
In questi mesi ho scritto poco o niente. Scrivere e’ spesso atto dolente e, dunque, impossibile quando sei già in piedi a fatica.
Stasera mi sono seduta alla mia scrivania, in quest’angolo di stanza che guarda verso il New Jersey e verso l’Hudson. Lei amava venirsi ad adagiare ai miei piedi mentre, cullata dalla ninna nanna dei tasti, si addormentava serena.
Mi sono seduta per scrivere un post sul tempo a New York che corre veloce, più veloce che altrove. E ho colto il rosa di un tramonto rapido, come rapidi sono quelli autunnali, in cui il sole, piu’ debole, sembra volentieri, senza resistenza, cedere il passo alla notte. E mentre la luce che mi ha riportato a lei, con tenera violenza, si e’ spenta, le finestre di fronte si sono illuminate, una dopo l’altra e, nella quiete di una giornata che comincia a riposarsi, ho sentito il vento portare fin qui, nel mio angolo, la melodia di un sassofono che suonava New York New York.
Ed ho avuto voglia di farvelo sentire, ovunque voi siate.
Perche’ a New York si arriva, quasi sempre, cosí soli, che “soli” non lo si e’ poi mai davvero: si e’, infatti, in compagnia della propria consapevolezza di essere “isole” su un’isola. Eppure, proprio per questo, proprio perche’ in larghissima maggioranza arriviamo tutti da luoghi, lingue e colori diversi, qui e’ normale che, all’improvviso, qualcuno ti prenda per mano, ti offra una spalla per piangere, ti abbracci forte in silenzio.
Non c’e’ stato un solo momento, in dieci anni, in cui New York mi abbia, davvero, lasciata sola. Come quella sera, in quel primo inverno, con un freddo da ghiacciare persino la paura e il portafogli sempre troppo vuoto. Il calore di un bar per poter, poi, affrontare quegli ultimi cinque blocchi fino a casa. Due occhi azzurri che ti sorridono all’improvviso e una chiacchiera che diventa aperitivo e poi cena. E finalmente fuori la neve. La mia prima neve in citta’.
E un bacio, inaspettato, come nei film, come quello del soldato e l’infermiera, dopo la guerra. Un bacio da Hollywood, a Manhattan. Non ricordo nemmeno il suo nome.
Ma ricordo il bacio. Fu il bacio che mi risveglio’, come una Cenerentola che non ha bisogno di un principe per realizzare i suoi sogni. Solo di stare sveglia. E stare svegli a New York e’ fantastico. Perche’ lei, che non dorme mai, non ti lascia mai veramente da sola.

http://www.isegretidimatilde.com/il-primo-bacio/

Saturday, September 23, 2017

Pensieri di felicità 23 settembre 2017









Pensieri spettinati di un sabato che e' luce. Che illumina. 

1) felicita' e' il cielo azzurro di fronte a me. Essere seduta nel mio angolo preferito di questa casa. Nel silenzio interrotto solo dal ticchettio dei tasti. Un conto alla rovescia in meno. Sono qui, dove volevo. Socchiudo gli occhi, click, foto. Archivio del vivere. 

2) felicita' e' mettere la chiave nella toppa, girare piano come facevo nell'illusoria convinzione di sorprenderti. E sapere che non sono mai riuscita a farlo. Nemmeno quell'ultimo giorno. Tu sapevi e hai aspettato pacifica sul tuo materassino fidandoti di me. Non ti ho ai sorpresa. Forse, spero, perché ti ho sempre immensamente amata. 

3) felicita' e' potere andare al parco a stendersi al sole, in una piccola resa di una guerra che non vale la pena combattere perche' dall'altra parte si usano solo metodi da rappresaglia. 

4) felicita' e' essere da sola - finalmente - a esattamente un mese dal mio ritorno dall'Italia. 

5) felicita' e' la settimana alle spalle, le decisioni prese, i tormenti attraversati, la leggerezza di aver fatto la cosa giusta. 

6) felicita' e' accudire il sonno di un bimbo e ricordarmi dei miei nipoti e di quelle fiabe pazze che mi inventavo per loro. E che torneranno alla mente quando ritroveranno lo spazio adatto nel loro crescere anche per me. 

7) felicita' e' svegliarsi pensando che e' il giorno del digiuno. E invece no.

8) felicita' sono gli occhi. Che non si stancano mai di innamorarsi. Prima del cuore. 

9) felicita' e' l'amica che ti regala un volo per la California. Perche' in fondo non siete amiche. Siete sorelle. Da attraversamento di deserti. 

10) felicita' sono tutti i complimenti ricevuti ieri per le foto del mio appartamento. Perché ne pago il conto e allora mi rende felice che se ne percepiscano il calore e la luce. In questa mia amata casa, costruita con stoica pazienza in dieci anni, 8 cose su dieci sono "ereditate" da altri cuori viaggianti, 1 su dieci e' stata presa in strada e rimessa a nuovo e 1 su dieci e' stata mia da sempre. Come il tappeto in camera da letto: mio prima ancora che fosse mio, perche' era di mia madre. La mia casa sono mille pezzetti di amore, di storie, di viaggi, di partenze, di arrivederci, di olio per lucidare e piedi traballanti. La mia casa sono io. Un pezzo di tutto cio' che mi ha attraversato la carne come luce. Illuminandomi.

Wednesday, September 20, 2017

Un bouquet di matite temperate


Non ami New York in autunno? Mi fa venire voglia di comprare cose per la scuola. Se conoscessi il tuo nome e il tuo indirizzo, ti manderei un bouquet di matite appena temperate”
Chissà quante volte avevo ascoltato questa frase, guardando uno dei miei film preferiti, “C’è posta per te”, senza mai pensare che un giorno mi sarei trovata a passeggiare in quelle strade dove Nora Ephron aveva immaginato si svolgesse una delle storie d’amore più romantiche del grande schermo.
Dopo sette traslochi, in cinque anni, Dorothy ed io, invece, abbiamo trovato la nostra luce in un appartamento pieno di finestre, dalle quali vedo un angolo del palazzo dove Nora visse a lungo e che amò profondamente, l’Apthorp.
Mi sono, ovviamente, ritrovata ad avere un appuntamento romantico da Lalo, dove i due protagonisti del film, si incontrano per la prima volta. e ho seppellito una ciocca di peli della mia amata Dorothy proprio nell’aiuola dove è stata girata la scena finale.
Se ami scrivere e questo, almeno in parte, è il tuo mestiere, vivere dove ha vissuto Edgar Allan Poe e guardare le finestre dalle quali si affacciava Nora Ephron, è un conforto meraviglioso. E grande ispirazione. Così, io, ragazza del sud Italia, pazzamente innamorata dell’estate e del mare, a New York, ho scoperto la forza vitale dell’autunno.
Due sono i momenti in cui questa città, che pure è sempre super adrenalinica, ti impone davvero di svegliarti alla vita, di rimboccarti le maniche per lavorare alla gioia, di acquietare il lamento per sostituirlo con un canto: la fioritura primaverile e la caduta autunnale delle foglie.
Camminando, quasi quotidianamente, nel parco amato da Nora (Riverside), in entrambe le stagioni, con occhio instancabile, distinguo i segnali che dall’inverno portano a quel trionfo di colori e profumi e dall’estate, ci prendono per mano, per accompagnarci verso la stagione più bella dell’anno: Halloween, Ringraziamento, Natale. Eppure la vita mi frega sempre, perché arriva all’improvviso, come in una magia. Percorro il parco e la vita è là, in mille colori. Come fosse Napoli. Come fosse felicità.
I colori dell’autunno, però, ho imparato ad amarli di più. Sono pieni di passione. Sono fuoco e sole. Sono legna che arde nel camino e caldarroste calde. Sono la carezza di mia madre sui miei ricci ribelli. Sono il naso di Dorothy, sul mio, fino all’ultimo respiro. I colori dell’autunno, per me, sono la vita che non muore mai. E sono la forza dei sogni che, ho imparato, è tutto ciò che fa muovere il mondo.
Da quando sono arrivata in questa casa di luce, guardando la finestra dalla quale si affacciava Nora, ho scoperto l’autunno e mi sono innamorata ancora di più della vita e di New York. E nel mio vaso, sulla scrivania, ho messo un bouquet di matite, appena temperate

http://www.isegretidimatilde.com/vi-regalo-un-bouquet-di-matite/

Saturday, September 16, 2017

Che mestiere fai? Io vivo a NY


Ieri sono andata verso il mare. Anzi verso l'oceano. 

L'occasione non era di quelle felici perche ci incontravamo per ricordare e onorare la vita di qualcuno scomparso davvero troppo presto. E poi un giorno parlero' dell'importanza di questi momenti che qui si organizzano e che dovremmo fare anche noi, fuori dalle chiese o dai recinti della formalita'. 

Nel luogo dove ci siamo incontrati per celebrare una vita (non la morte sia chiaro) era nata la storia d'amore fra la mia amica/sorella e suo marito, cinque anni fa. Mentre camminavo lungo il viale che portava al mare, sono andata indietro con la memoria a quella festa alla quale decisi di non andare all'ultimo minuto; a quel bel surfista che lei mi presento' due giorni dopo; a quell'amore forte che la convinse addirittura a lasciare New York che e' la sua pelle. E poi pochi mesi fa la malattia e lui che la lascia in soli sei mesi. Ingoiando le lacrime sono andata piu indietro. 

A dieci anni prima. Quando incrociai il suo sguardo la prima volta. Ero sola e avevo paura. Odiavo questa citta' che pensavo di amare. Non conoscevo nessuno, non avevo soldi e ogni volta che uscivo pensavo che se fossi morta nessuno se ne sarebbe accorto per giorni. Lei vide tutto questo. E mi offri un drink. E una chiacchiera nel salottino del suo splendido ufficio con il lucernario che ti toglieva il limite del cielo. E le porte della sua famiglia si aprirono per darmi un abbraccio al primo Ringraziamento e alla prima vigilia di natale della mia vita che passavo senza la mia famiglia. Credo che quella serata, seduta a tavola con quindici persone, e bambini e confusione mi diede la forza di sopravvivere al giorno dopo: era Natale, la temperatura era meno 12 e io ero sola con Dorothy. Mangiai da sola e, chiusa in casa, piansi a lungo sentendomi morire piano piano. 

Ieri sera, vicino al mare, ho ritrovato tutta la "mia" famiglia e ci sono state molte lacrime e molti sorrisi. Vecchi amici di quell'ufficio con il lucernario e la terrazza sull'Empire. E mentre mia "sorella" parlava per ricordare il suo amato M, io, senza nemmeno prendermi la cura di asciugare le lacrime, ho pensato che la vita e' una cosa meravigliosa. E che la mia, e' magica come tutte quelle dei sognatori. 

Spesso mi chiedono cosa faccio o cosa faro da "grande". Io vivo a NY. Dove sono arrivata senza nulla se non con la mia determinazione a rinascere. Io vivo a NY e - dopo dieci anni - ho ricordi, legami, lacrime e abbracci che lungo la strada mi sono guadagnata. Io vivo a NY. E questo era il mio sogno: rinascere. E farlo nel posto piu difficile, piu complicato, piu caro, piu competitivo piu stancante, più dilaniante al mondo. E piu' spettacolare proprio per questo. E allora capisco anche chi mi deride, chi non mi sopporta, chi mi detesta. Non aver potuto mai dire "questo e' il mio sogno e DA SOLO lo sto realizzando" deve essere dura. E sorrido. E non perdono ma me ne fotto della loro bile. Scrivo invece per chi ha paura di sognare perche gli dicoo costantemente che bisogna avere i "piedi per terra". Non ho mai avuto i piedi cosi "per terra" come quando ho avuto finalmente il coraggio di sognare fino in fondo. Che mestiere fai angie? Io vivo a NY. E ne vado fiera. #sognatori

Thursday, September 7, 2017

Pensieri di felicita dell'8 settembre 2017

pensieri di capelli corti e rosa che sono in se' una dichiarazione d'amore alla vita: 1) felicita' e' svegliarsi e trovare la foto del mio piccolo guerriero che sorride con le sue smorfie buffe. E mi ricorda che tutto il resto e' acqua che lava via il superfluo. 2) felicita' e' il sole tornato. In se' e' felicita. 3) felicita' e' svegliarsi presto - prima che suoni la sveglia - e avere voglia di alzarsi e fare. E vivere. 4) felicita' e' una tua foto, con le orecchie che sembrano ancora piu grandi. I tuoi occhi. Il dolore per la tua assenza mi annienta. Lo so. Ho bisogno di amare ancora. Ma il punto e' che per ora non mi manca un tuo simile. Mi manchi tu. 5) felicita' e' il primo giorno di scuola della scuola pubblica. E i bambini sul pianerottolo da salutare e che sorridendo i dicono "ciao ciao" in italiano. Buon anno Jude e Ella e buon anno a voi, che siete futuro. 6) felicita' e' il weekend che si avvicina. Quell'induguare alla nullafacenza. 7) felicita' e' non essere razzisti. Il che non viene nturale come avere gli occhi blu. E' un lavoro impegnativo. Ma che ci rende persone. 8) felicita' e' vivere a New York. Senza altro da aggiungere. 9) felicita' e' guardare poco indietro. 10) felicita' e' dare sempre una seconda chance. Anche quando sai che andra' delusa. Perche' non bisogna mai vivere con i rimpianti. Fanno le rughe

https://www.facebook.com/Pensieri-di-felicita-1543122339286424/

Saturday, July 8, 2017

Leap of Faith



Bisogna avere fede. E' tutto li' il discorso.

Bisogna averne anche se non hai religione da seguire.

Bisogna averne anche se avere fede significa fidarsi.
Mentre tutto ti cade in faccia.
E fa un male cane
Ma tu hai fede che smettera'
E riaprirai gli occhi
E vedrai la luce.

Bisogna avere fede
Anche se hai male ovunque
Anche se senti solo mancanza
Anche se avverti solo assenza
Perche' tutto quello e' presenza
Essenza di te stessa

Bisogna avere fede.
Quando il cielo si apre e ti inonda d'acqua
Che quasi t'affoga
Attaccandoti i panni addosso
Come ventose
Come camicie di forza
E vorresti urlare
ma devi avere fede
nell'arcobaleno
che arriva solo dopo la tempesta
mai, a prescindere

Bisogna avere fede
ma la fede e' ottimismo
uno sguardo che si allunga oltre
i piedi che si muovono con la musica
nonostante te
la lingua che assapora un gusto
nonostante l'amaro del dolore
le mani che accarezzano
teste di bimbi
teste di cani
mani che ti sfiorano la pena
e senti sollievo

Bisogna avere fede
in queste dita che scrivono
componendo parole prima ancora che io le pensi
come fossero dentro di me
sparse nel sangue
e come sangue dal naso
escono fuori
con dolore

Bisogna avere fede
nella vita.
Nella mia.
Che incrocia le altre
e non chiude porte
non chiude finestre
non chiude il cuore.
Mai.
Anche se - per questo -
spesso, sanguina.

Bisogna avere fede.
E oggi faccio un atto di fede.
E ritorno a scrivere.
Perche' le parole in circolo nel sangue
muoiono soffocate.
Le scrivo
Nonostante il dolore
e mentre lo faccio
mi sento finalmente leggera

Bisogna aver fede.
Ed essere coraggiosi.
Perche' nulla richiede piu coraggio della fede
Nemmeno l'amore.
Che e' atto di fede.

Monday, March 27, 2017

Un giorno lungo dieci anni. #1decadeinNYC

Oggi - dieci anni fa - decisi di rinascere e presi un aereo che portava a New York. Non sapevo che per rinascere bisogna morire prima. L'ho imparato in questi anni, ogni volta che un pezzo di me si e' smarrito, mi ha abbandonato, si e' staccato provocando dolore insopportabile. Ogni volta che uno di quei pezzi e' stato sostituito da una nuova parte di me, un nuovo sentire, un nuovo agire, un nuovo porsi. Ho imparato anche che, poi, non si muore davvero e non solo nel senso fisico, per fortuna. Anche in quello spirituale. Bisogna solo arrivare al punto in cui si e' disposti a farlo, disposti a morire, disposti a non essere piu cio che si era prima, ad abbracciare il nuovo, l'ignoto, il diverso. Essere disposti ad arrivare al marigine di quel precipizio. Come la scena dell'ultimo Indiana Jones, quando deve fare un passo oltre il tunnel ma sotto i piedi c'e' solo aria e cielo e azzurro. Nella sua testa, quella di Indiana, la voce di suo padre gli intima "abbi fede, abbi fede". E sotto quel piede, invisibile, un ponte ne sostiene il cammino. Un ponte stretto. Ma ponte verso qualcosa. Ecco. Non bisogna morire davvero ma essere disposti a farlo, avendo fede. E se non sei religioso, come non lo sono io, la fede devi trovarla dentro di te e non fuori di te. La tua determinazione, scorta fra le spine di un cespuglio di rose selvatiche, deve diventare la tua fede. E la voce di mia madre, e' stata sempre e sempre sara' la mia guida "abbi fede, non ti arrendere". Vorrei averla con me ancora un giorno per ogni volta che mi ha ripetuto questa frase. Invecchierei abbracciandola ancora mille volte.
Di quella partenza non ricordo nulla. Nulla. Non ricordo l'abbraccio con i miei. Non ricordo il saluto a Dorothy. Non ricordo chi mi accompagno all'aeroporto e nemmeno quale fosse l'aeroporto. Non ricordo il volo, gli scali, i compagni di viaggio. Non ricordo di aver poggiato il naso sul finestrino come faccio sempre. Non ho memoria. Quando il dolore di un'esperienza e' troppo forte, spesso per sopravvivere, si dimenticano i dettagli. E pure, ricordo, senza nemmeno un alone di incertezza, ogni dettaglio dell'arrivo. E di quelle ore che seguirono. Da dieci anni circa pubblico, in questo giorno, il mio diario di quella sera. 
“Ore 23.30. Il rullo dei bagagli gira a vuoto. Il mio bagaglio non c’e’. Benvenuta in America, Angela. “Tanto domani torno a casa”, mi dico mentre un nodo mi stringe la gola e lo stomaco. Voglio vomitare ma non posso, devo parlare con la tizia dell’ufficio “persi e ritrovati” per il mio bagaglio. Intanto, io mi sento solo persa e non so se li’, oltre al mio bagaglio, potranno ritrovare anche me. Non credo, la tizia e’ annoiata e detesta ripetere le cose, ma a quest’ora il mio inglese e’ rimasto indietro, insieme a tutta una vita vissuta e improvvisamente abbandonata. Il tassista mi chiede l’indirizzo, glielo dico e mi chiede che strada fare. Gli rispondo che scelga lui, tanto e’ tardi e non c’e’ traffico. Il fatto e’ che non ho assolutamente idea di dove sia Jackson Heights, ne’ il Queens. Fosse per me, potrebbe portarmi anche all’inferno e non me ne accorgerei. Anzi, penso di esserci gia’ all’inferno e la cosa pazzesca e’ che mi ci sono cacciata con le mie mani. La casa e’ bella e grande. Troppo grande, per consolare la mia paura. Quella paura che sarebbe diventata la mia migliore amica: paura di non farcela, paura di non avere i soldi per sopravvivere, paura della legge che non conosco, paura delle cose che non capisco, paura di morire di notte per strada e nessuno se ne accorgerebbe, paura di aver scelto disperatamente di vivere e di poter morire per questo. Sul tavolino, nel soggiorno c’e’ un libro: “My father’s dream”, di Barack Obama. Ho sentito parlare di questo senatore che vuole candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti e di quanto tutto cio’ sia considerato folle. Prendo il libro per sfogliarlo e intanto penso a mio padre e al suo sogno giusto di vecchio comunista: di un mondo giusto, di persone giuste e di figli che se fanno la cosa giusta saranno felici. Penso a mio padre e mia madre, li ho appena chiamati al telefono per dirgli che sono arrivata e che sto bene. Odio mentire ai miei genitori ma non posso dirgli che mi sento morire e che ho paura e voglio tornare a casa. Non posso. Allora ingoio le lacrime che, pero’, maledettamente continuano a scendere e mi sforzo di leggere qualche pagina… stavo facendo la conoscenza di Barack Obama, il futuro presidente degli Stati Uniti e l’uomo che in qualche modo mi avrebbe salvato la vita”. 
Oggi, dieci anni fa, salvai la mia vita perche' fui abbastanza disperata e ottimista, allo stesso tempo, da essere disposta a morire per vivere. #1decadeinNYC

Sunday, March 26, 2017

La valigia #1decadeinNYC

Quando - finalmente - dopo un paio di giorni - la valigia arrivo' a Jackson Heights, il tempo era cambiato e, aprendola, mi accorsi che non sapevo nulla di New York e delle sue stagioni. Non sapevo nulla di quell'improvvisa estate accaldata che si trasforma in neve in un batter di ciglia. Non sapevo nulla di cieli grigi e cupi di nuvole che poi si squarciano in un sereno respiro d'azzurro, di brezza, di sole. Non sapevo niente di niente. Il resto di niente. Non sapevo che New York, mi avrebbe insegnato, pur scavando cicatrici invisibili solo all'occhio reso miope dal cinismo, l'ebbrezza della "non resa". Del non deporre le armi. Anzi, meglio. Nel deporle, se scariche, ricordandosi pero' che si hanno pugni, e calci, e morsi cosi che, pure quando non si puo' attaccare, ci si puo' difendere. Si puo non arretrare. Si puo' sopravvivere non per inerzia ma per fierezza. Non sapevo nulla di New York e di quei famosi angoli, dai quali poteva spuntare chiunque: Spike Lee o la fortuna, Robert De Niro o un lavoro, Sarah Jessica Parker o un paio di scarpe nuove con il 70% di sconto, Madonna e la voglia di allontanare le paure ballando. Non sapevo nulla di New York e per questo imparai che la primavera, a volte, richiede guanti cappelli e sciarpe che non avevo mai nemmeno posseduto. Figuriamoci portarseli dietro in primavera. La valigia, pero', mi porto' molto di piu. Mi porto' le immagini di quelle ultime settimane a casa dei miei, con mio padre che passandole di fianco, alla valigia, piegava gli occhi in una smorfia di dolore e tirava dritto verso il balcone a nascondere una lacrima. Di mia madre che avrebbe voluto avere una polvere magica e far entrare tutto in quei 23 chili: il mio corredo, una vestaglia calda, le tovaglie ricamate, tutti gli abbracci in cui mi avrebbe avvolta quando avrei avuto paura. Di tutte quelle cose, solo una riusci' a farla entrare. La piu' importante. E persino ora che il suo corpo non e' piu su questa terra, quegli abbracci li sento. Stretti stretti. Fra quei vestiti inadatti, per lo piu', e scarpe che mai avevano visto la neve, sbuco' la piccola caffettiera e un pacchetto di Kimbo. Me lo ricordo: seduta sul pavimento, tiravo fuori le cose e me le spargevo intorno con un senso di desolazione e inutilita'. Il caffe , quello si, mi scosse. Pensai che se potevo avere il caffe Kimbo e la mia caffettiera allora potevo avere tutto qui della mia vecchia vita e essere capace finalmente di vivere la nuova. Fu il primo momento di ottimismo. E arrivava da Napoli. Chiaramente. Ancora oggi, quando torno dall'Italia, mi siedo sul pavimento e spargo le cose intorno a me, mentre Dorothy aspetta che sbuchino le sue scorze di parmigiano. Ancora oggi, quando torno dall'Italia, cerco in quella valigia qualcosa che mi dica che ce la faro'. Domani, dieci anni fa, quella valigia avrebbe, come altre volte, attraversato l'oceano e, per la prima volta, si sarebbe persa. Come me. Perche' non ci si "ritrova" senza perdersi prima. #1decadeinNYC

Saturday, March 25, 2017

Angoli d'amore #1decadeinNYC

L'angolo preferito della casa di Jackson Heights, a parte le finestre, dove mi sedevo a lungo a guardare la vita, divento' quello con la scrivania e il cavo di internet. Quando non sentivo, dilaniante, la mancanza di tutto e di tutti in Italia, era perche' ero al computer a parlare con tutti di tutto, in Italia. O a scrivere email. Quante lettere ho scritto nella mia vita. Cosa che a raccoglierle si metterebbe insieme un carteggio in nove volumi. Lettere d'amore. Quasi sempre. A persone che amavo e che - per me - non erano solo quelli di cui sono stata innamorata. L'amore e' sentimento ben piu' ampio e meno sdolcinato di quello fra due che si "innamorano". L'amore e' volontà, stima, cura, tolleranza, passione. Pensare di provare tutto cio' solo due, tre, quattro volte - ma anche dieci - in una vita intera e' triste e riduttivo. Ho amato e scritto. Da quella scrivania di NY, scrissi e spedii, una lettera per me importante, a una persona che come me stava attraersando un deserto. Fu lui, rispondendomi, ad usare quell'espressione: "stiamo attraversando un deserto ma ne usciremo vivi". E lo abbiamo fatto. Solo lui per troppo poco tempo e mi manca. Ma sono grata per tutte le lettere scritte. Non le ho mai rimpiante. Nemmeno quando sono state accolte dall'indifferenza o dall'incapacità di "sentire". Ieri, proprio ieri, Marco mi ha scritto di aver ritrovato le mie lettere di 34 anni fa. Eravamo due ragazzini ma io lo amai senza nemmeno sapere cosa fosse quella felicita immensa che mi aveva invaso. Ne' prevedevo il dolore che mi avrebbe spezzato il cuore per la prima volta quando ando' via. Quelle lettere, pero', ci hanno tenuto insieme, da lontano, per 34 anni e io non ho mai smesso di amarlo come scrivevo in quelle lettere. Perche l'amore muore solo se non lo coltivi. Solo se, ritrovandolo in una scatola, dopo 10 anni, tenuto insieme da un nastro rosso, non ti racconta nulla al cuore, non ti fa leggermente tremare le mani mentre un sorriso ti distende il labbro. E gli amori di dopo, mai, cancellano quelli di prima se erano amori veri, profondi, coraggiosi.
Seduta a quella scrivania, tornai a scrivere. Lettere d'amore e articoli. Che poi sono spesso, per fortuna, la stessa cosa. Tornai a scrivere come si torna a ripercorrere una strada di montagna che prima e' tortuosa e pericolosa ma poi ti porta in una valle, quieta e splendente. Con profumo di mimose.
Tornai a scrivere e non ho mai smesso. L'amore per new york non e' mai finito e le lettere d'amore che per lei scrivo, questa madre che mi ha partorito di nuovo, quest'amante che ha risvegliato la passione, quest'amica che mi da' una spalla su cui riposare, le lettere che scrivo per lei non sono mai abbastanza. L'amore non e' mai abbastanza. #1decadeinNYC

Friday, March 24, 2017

Un giorno lungo dieci anni. New York, casa mia.

Era una primavera insolitamente fredda in Italia. E pensando a NY misi in valigia cose pesanti. Ricordo ancora come ero vestita per quel viaggio anche perche il mio bagaglio ando' perso e per un paio di giorni nn ebbi (se mai ne avessi avuto voglia) nessuna possibilita di cambiare maglione. Era a rombi verdi e lo avevo preso alla Benetton. Arrivata a New York trovai l'estate. Faceva cosi caldo che sembrava luglio. Mentre, seduta sul davanzale della finestra del mio appartamento del Queens, guardavo fuori piangendo, stravolta dalla mancanza di aria, quel sole mi avvolgeva, mi riscaldava, mi accarezzava. Quel sole e il libro "L'audacia della speranza" di Barack Obama, che cominciai a divorare, nonostante fosse in inglese, mi rimisero in piedi. Tremante ma in piedi. Abbastanza per arrivare a Pasqua, al primo brunch nel Village, agli occhi belli e ai sorrisi luminosi di Cinzia Lacopeta e alla neve che cadde improvvisa e mi trovo' come una bimba, con il naso attaccato ai vetri del ristorante, estasiata come se in ciascuno di quei fiocchi ci fosse un abbraccio di mia madre, uno di mio padre, una ragione per farcela, una speranza per non mollare. Il 27 marzo, dieci anni fa arrivai a New York. Fu doloroso come solo un parto puo' esserlo. Ve lo racconto un po'. Con pezzi di ricordi.

All'aeroporto c'era Michael ad aspettarmi. In genere, quando arrivi al JFK e' ancora giorno. Ma, in una maniera che mi sembrò "simbolica", fra la valigia smarrita e il cielo ancora post invernale, le ombre mi accolsero all'uscita. Persino Michael mi sembrava un estraneo in quell'atmosfera mista di stanchezza, rabbia, dolore. E paura. Per la prima volta, in tante volte che ero venuta qui, New York mi faceva paura. Anzi, no. Mi terrorizzava. Nel taxi, che mi portava in un quartiere in cui non avevo mai messo piede prima, parlammo poco. Dovevo controllare le lacrime. La casa era bellissima, la piu bella che abbia avuto in questi 10 anni e arredata con gusto. Tante finestre e tanto spazio. Una cucina con la finestra, come non mi e' piu capitato. Affacciava in strada: per mesi avrei, all'ora di pranzo, guardato le mamme tornare da scuola con i bambini vocianti e provato un dolore cupo e capito, per la prima volta, che cos'e' la nostalgia. Sul frigorifero, Tim, il proprietario della casa, mi aveva lasciato un biglietto che diceva "Benvenuta a casa Angie. Spero ti troverai bene qui. Ho fatto un po' di spesa (frutta, verdura, latte, biscotti, formaggi) nel caso ti venga fame. Chiamami se hai bisogno di qualsiasi cosa". Michael aveva fame e preparo' l'oatmeal: non sapevo nemmeno cosa fosse, ora e' una delle mie cose preferita. Quando andò a dormire, seduta sul divano, rileggevo il biglietto di Tim. Non ci eravamo mai incontrati. Era un amico di una conoscente che doveva andare a LA per fare una serie TV e cercava qualcuno che prendesse la sua casa. Eppure in poche righe aveva scritto - senza scriverlo - che sapeva come mi sentivo. Che mi abbracciava. Che potevo appoggiarmi alla sua spalla e piangere. Mi avevano raccontato di una citta' inumana e svogliata e di fretta. Nessuno, mi ha tenuta stretta stretta come i newyorchesi. Almeno per i primi anni. Loro mi hanno salvata dalla mia solitudine. Era il 27 marzo di dieci anni fa. Ero arrivata in America come tutti quelli che hanno un sogno, ma, lo ricordo, a lungo, molto a lungo, fu l'incubo della mia vita. Finche non mi lasciai amare. #1stdecadeinNYC

La casa di Jackson Heights era piena di luce. Nei miei successivi 6 traslochi in 5 anni, prima di approdare alla casa dove sono ora, non avrei quasi mai visto la luce o sentito il calore del sole sul viso. In compenso avrei trovato spesso compagnie indesiderate come scarafaggi e topi. Quella casa, pero', la casa di Tim, era uno specchio e trasudava serenità. La mattina successiva al mio arrivo usci e feci un giro: non era Napoli e io non ci volevo stare la'. Non mi piacevano le facce, non mi piacevano i negozi, non mi piaceva come parlavano, non mi piaceva quel supermercato dove non trovavo le "mie" cose. Tornai a casa ancora piu spezzata dentro. Ero venuta fin qui per non morire di dolore in Italia e stavo morendo di dolore. Aspettavo con ansia l'ora per chiamare a casa: sentire la voce di mia madre e mio padre. Raccontargli una verita che non esisteva. Raccontargli che ero contenta. Quando finivamo di parlare, tutta l'attesa si era trasformata in senso di colpa per tutte quelle bugie. Avevo mentito cosi poche volte ai miei genitori nella mia vita. Qualche giorno dopo, decisi di esplorare il giardino all'interno del palazzo, che vedevo dalla mia stanza da letto. Amo i palazzi con i giardini interni, ce ne sono molti a NY. Quello, pero', e' stato il piu' bello che abbia mai visto. Curato, pieno di fiori e con delle panchine sia all'ombra che al sole che sembravano avermi atteso per anni. Incontrai qualcuno del palazzo e sorrisi timidamente e andai via, piena di vergogna come se avessi violato la privacy di qualcuno. Come se quella non fosse casa mia anche. E no, non lo era. Non ancora. Quelle panchine diventarono mie amiche. Li consumai le pagine del libro di Obama e quello "yes we can" divento il mio monito. Quell'uomo, quel pazzo scatenato che aveva deciso di diventare il presidente degli Stati Uniti, mi parlava e mi arrivava al cuore. Decisi, in quel giardino, che se lui poteva farcela, potevo farcela anche io. Quando rimisi il libro a posto nel suo scaffale, il viso aveva preso un po' di colore e avevo imparato a fare la spesa al supermercato. Potevo provare a fare una telefonata: "comitato elettorale di Barack Obama", risposero. "Vorrei fare la volontaria", dissi. Mi capirono. Io li capii. Ero a casa. Ero a casa. Ero a casa. Me lo ridissi nella testa tre volte, come quando Martellini annuncio' che eravamo "campioni del mondo" al Bernabeu. Da dieci anni sono a casa. E non ho cancellato nessuna ferita. Perche la casa raccoglie e accoglie. Non cancella. #1decadeinNYC