Saturday, July 8, 2017

Leap of Faith



Bisogna avere fede. E' tutto li' il discorso.

Bisogna averne anche se non hai religione da seguire.

Bisogna averne anche se avere fede significa fidarsi.
Mentre tutto ti cade in faccia.
E fa un male cane
Ma tu hai fede che smettera'
E riaprirai gli occhi
E vedrai la luce.

Bisogna avere fede
Anche se hai male ovunque
Anche se senti solo mancanza
Anche se avverti solo assenza
Perche' tutto quello e' presenza
Essenza di te stessa

Bisogna avere fede.
Quando il cielo si apre e ti inonda d'acqua
Che quasi t'affoga
Attaccandoti i panni addosso
Come ventose
Come camicie di forza
E vorresti urlare
ma devi avere fede
nell'arcobaleno
che arriva solo dopo la tempesta
mai, a prescindere

Bisogna avere fede
ma la fede e' ottimismo
uno sguardo che si allunga oltre
i piedi che si muovono con la musica
nonostante te
la lingua che assapora un gusto
nonostante l'amaro del dolore
le mani che accarezzano
teste di bimbi
teste di cani
mani che ti sfiorano la pena
e senti sollievo

Bisogna avere fede
in queste dita che scrivono
componendo parole prima ancora che io le pensi
come fossero dentro di me
sparse nel sangue
e come sangue dal naso
escono fuori
con dolore

Bisogna avere fede
nella vita.
Nella mia.
Che incrocia le altre
e non chiude porte
non chiude finestre
non chiude il cuore.
Mai.
Anche se - per questo -
spesso, sanguina.

Bisogna avere fede.
E oggi faccio un atto di fede.
E ritorno a scrivere.
Perche' le parole in circolo nel sangue
muoiono soffocate.
Le scrivo
Nonostante il dolore
e mentre lo faccio
mi sento finalmente leggera

Bisogna aver fede.
Ed essere coraggiosi.
Perche' nulla richiede piu coraggio della fede
Nemmeno l'amore.
Che e' atto di fede.

Monday, March 27, 2017

Un giorno lungo dieci anni. #1decadeinNYC

Oggi - dieci anni fa - decisi di rinascere e presi un aereo che portava a New York. Non sapevo che per rinascere bisogna morire prima. L'ho imparato in questi anni, ogni volta che un pezzo di me si e' smarrito, mi ha abbandonato, si e' staccato provocando dolore insopportabile. Ogni volta che uno di quei pezzi e' stato sostituito da una nuova parte di me, un nuovo sentire, un nuovo agire, un nuovo porsi. Ho imparato anche che, poi, non si muore davvero e non solo nel senso fisico, per fortuna. Anche in quello spirituale. Bisogna solo arrivare al punto in cui si e' disposti a farlo, disposti a morire, disposti a non essere piu cio che si era prima, ad abbracciare il nuovo, l'ignoto, il diverso. Essere disposti ad arrivare al marigine di quel precipizio. Come la scena dell'ultimo Indiana Jones, quando deve fare un passo oltre il tunnel ma sotto i piedi c'e' solo aria e cielo e azzurro. Nella sua testa, quella di Indiana, la voce di suo padre gli intima "abbi fede, abbi fede". E sotto quel piede, invisibile, un ponte ne sostiene il cammino. Un ponte stretto. Ma ponte verso qualcosa. Ecco. Non bisogna morire davvero ma essere disposti a farlo, avendo fede. E se non sei religioso, come non lo sono io, la fede devi trovarla dentro di te e non fuori di te. La tua determinazione, scorta fra le spine di un cespuglio di rose selvatiche, deve diventare la tua fede. E la voce di mia madre, e' stata sempre e sempre sara' la mia guida "abbi fede, non ti arrendere". Vorrei averla con me ancora un giorno per ogni volta che mi ha ripetuto questa frase. Invecchierei abbracciandola ancora mille volte.
Di quella partenza non ricordo nulla. Nulla. Non ricordo l'abbraccio con i miei. Non ricordo il saluto a Dorothy. Non ricordo chi mi accompagno all'aeroporto e nemmeno quale fosse l'aeroporto. Non ricordo il volo, gli scali, i compagni di viaggio. Non ricordo di aver poggiato il naso sul finestrino come faccio sempre. Non ho memoria. Quando il dolore di un'esperienza e' troppo forte, spesso per sopravvivere, si dimenticano i dettagli. E pure, ricordo, senza nemmeno un alone di incertezza, ogni dettaglio dell'arrivo. E di quelle ore che seguirono. Da dieci anni circa pubblico, in questo giorno, il mio diario di quella sera. 
“Ore 23.30. Il rullo dei bagagli gira a vuoto. Il mio bagaglio non c’e’. Benvenuta in America, Angela. “Tanto domani torno a casa”, mi dico mentre un nodo mi stringe la gola e lo stomaco. Voglio vomitare ma non posso, devo parlare con la tizia dell’ufficio “persi e ritrovati” per il mio bagaglio. Intanto, io mi sento solo persa e non so se li’, oltre al mio bagaglio, potranno ritrovare anche me. Non credo, la tizia e’ annoiata e detesta ripetere le cose, ma a quest’ora il mio inglese e’ rimasto indietro, insieme a tutta una vita vissuta e improvvisamente abbandonata. Il tassista mi chiede l’indirizzo, glielo dico e mi chiede che strada fare. Gli rispondo che scelga lui, tanto e’ tardi e non c’e’ traffico. Il fatto e’ che non ho assolutamente idea di dove sia Jackson Heights, ne’ il Queens. Fosse per me, potrebbe portarmi anche all’inferno e non me ne accorgerei. Anzi, penso di esserci gia’ all’inferno e la cosa pazzesca e’ che mi ci sono cacciata con le mie mani. La casa e’ bella e grande. Troppo grande, per consolare la mia paura. Quella paura che sarebbe diventata la mia migliore amica: paura di non farcela, paura di non avere i soldi per sopravvivere, paura della legge che non conosco, paura delle cose che non capisco, paura di morire di notte per strada e nessuno se ne accorgerebbe, paura di aver scelto disperatamente di vivere e di poter morire per questo. Sul tavolino, nel soggiorno c’e’ un libro: “My father’s dream”, di Barack Obama. Ho sentito parlare di questo senatore che vuole candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti e di quanto tutto cio’ sia considerato folle. Prendo il libro per sfogliarlo e intanto penso a mio padre e al suo sogno giusto di vecchio comunista: di un mondo giusto, di persone giuste e di figli che se fanno la cosa giusta saranno felici. Penso a mio padre e mia madre, li ho appena chiamati al telefono per dirgli che sono arrivata e che sto bene. Odio mentire ai miei genitori ma non posso dirgli che mi sento morire e che ho paura e voglio tornare a casa. Non posso. Allora ingoio le lacrime che, pero’, maledettamente continuano a scendere e mi sforzo di leggere qualche pagina… stavo facendo la conoscenza di Barack Obama, il futuro presidente degli Stati Uniti e l’uomo che in qualche modo mi avrebbe salvato la vita”. 
Oggi, dieci anni fa, salvai la mia vita perche' fui abbastanza disperata e ottimista, allo stesso tempo, da essere disposta a morire per vivere. #1decadeinNYC

Sunday, March 26, 2017

La valigia #1decadeinNYC

Quando - finalmente - dopo un paio di giorni - la valigia arrivo' a Jackson Heights, il tempo era cambiato e, aprendola, mi accorsi che non sapevo nulla di New York e delle sue stagioni. Non sapevo nulla di quell'improvvisa estate accaldata che si trasforma in neve in un batter di ciglia. Non sapevo nulla di cieli grigi e cupi di nuvole che poi si squarciano in un sereno respiro d'azzurro, di brezza, di sole. Non sapevo niente di niente. Il resto di niente. Non sapevo che New York, mi avrebbe insegnato, pur scavando cicatrici invisibili solo all'occhio reso miope dal cinismo, l'ebbrezza della "non resa". Del non deporre le armi. Anzi, meglio. Nel deporle, se scariche, ricordandosi pero' che si hanno pugni, e calci, e morsi cosi che, pure quando non si puo' attaccare, ci si puo' difendere. Si puo non arretrare. Si puo' sopravvivere non per inerzia ma per fierezza. Non sapevo nulla di New York e di quei famosi angoli, dai quali poteva spuntare chiunque: Spike Lee o la fortuna, Robert De Niro o un lavoro, Sarah Jessica Parker o un paio di scarpe nuove con il 70% di sconto, Madonna e la voglia di allontanare le paure ballando. Non sapevo nulla di New York e per questo imparai che la primavera, a volte, richiede guanti cappelli e sciarpe che non avevo mai nemmeno posseduto. Figuriamoci portarseli dietro in primavera. La valigia, pero', mi porto' molto di piu. Mi porto' le immagini di quelle ultime settimane a casa dei miei, con mio padre che passandole di fianco, alla valigia, piegava gli occhi in una smorfia di dolore e tirava dritto verso il balcone a nascondere una lacrima. Di mia madre che avrebbe voluto avere una polvere magica e far entrare tutto in quei 23 chili: il mio corredo, una vestaglia calda, le tovaglie ricamate, tutti gli abbracci in cui mi avrebbe avvolta quando avrei avuto paura. Di tutte quelle cose, solo una riusci' a farla entrare. La piu' importante. E persino ora che il suo corpo non e' piu su questa terra, quegli abbracci li sento. Stretti stretti. Fra quei vestiti inadatti, per lo piu', e scarpe che mai avevano visto la neve, sbuco' la piccola caffettiera e un pacchetto di Kimbo. Me lo ricordo: seduta sul pavimento, tiravo fuori le cose e me le spargevo intorno con un senso di desolazione e inutilita'. Il caffe , quello si, mi scosse. Pensai che se potevo avere il caffe Kimbo e la mia caffettiera allora potevo avere tutto qui della mia vecchia vita e essere capace finalmente di vivere la nuova. Fu il primo momento di ottimismo. E arrivava da Napoli. Chiaramente. Ancora oggi, quando torno dall'Italia, mi siedo sul pavimento e spargo le cose intorno a me, mentre Dorothy aspetta che sbuchino le sue scorze di parmigiano. Ancora oggi, quando torno dall'Italia, cerco in quella valigia qualcosa che mi dica che ce la faro'. Domani, dieci anni fa, quella valigia avrebbe, come altre volte, attraversato l'oceano e, per la prima volta, si sarebbe persa. Come me. Perche' non ci si "ritrova" senza perdersi prima. #1decadeinNYC

Saturday, March 25, 2017

Angoli d'amore #1decadeinNYC

L'angolo preferito della casa di Jackson Heights, a parte le finestre, dove mi sedevo a lungo a guardare la vita, divento' quello con la scrivania e il cavo di internet. Quando non sentivo, dilaniante, la mancanza di tutto e di tutti in Italia, era perche' ero al computer a parlare con tutti di tutto, in Italia. O a scrivere email. Quante lettere ho scritto nella mia vita. Cosa che a raccoglierle si metterebbe insieme un carteggio in nove volumi. Lettere d'amore. Quasi sempre. A persone che amavo e che - per me - non erano solo quelli di cui sono stata innamorata. L'amore e' sentimento ben piu' ampio e meno sdolcinato di quello fra due che si "innamorano". L'amore e' volontà, stima, cura, tolleranza, passione. Pensare di provare tutto cio' solo due, tre, quattro volte - ma anche dieci - in una vita intera e' triste e riduttivo. Ho amato e scritto. Da quella scrivania di NY, scrissi e spedii, una lettera per me importante, a una persona che come me stava attraersando un deserto. Fu lui, rispondendomi, ad usare quell'espressione: "stiamo attraversando un deserto ma ne usciremo vivi". E lo abbiamo fatto. Solo lui per troppo poco tempo e mi manca. Ma sono grata per tutte le lettere scritte. Non le ho mai rimpiante. Nemmeno quando sono state accolte dall'indifferenza o dall'incapacità di "sentire". Ieri, proprio ieri, Marco mi ha scritto di aver ritrovato le mie lettere di 34 anni fa. Eravamo due ragazzini ma io lo amai senza nemmeno sapere cosa fosse quella felicita immensa che mi aveva invaso. Ne' prevedevo il dolore che mi avrebbe spezzato il cuore per la prima volta quando ando' via. Quelle lettere, pero', ci hanno tenuto insieme, da lontano, per 34 anni e io non ho mai smesso di amarlo come scrivevo in quelle lettere. Perche l'amore muore solo se non lo coltivi. Solo se, ritrovandolo in una scatola, dopo 10 anni, tenuto insieme da un nastro rosso, non ti racconta nulla al cuore, non ti fa leggermente tremare le mani mentre un sorriso ti distende il labbro. E gli amori di dopo, mai, cancellano quelli di prima se erano amori veri, profondi, coraggiosi.
Seduta a quella scrivania, tornai a scrivere. Lettere d'amore e articoli. Che poi sono spesso, per fortuna, la stessa cosa. Tornai a scrivere come si torna a ripercorrere una strada di montagna che prima e' tortuosa e pericolosa ma poi ti porta in una valle, quieta e splendente. Con profumo di mimose.
Tornai a scrivere e non ho mai smesso. L'amore per new york non e' mai finito e le lettere d'amore che per lei scrivo, questa madre che mi ha partorito di nuovo, quest'amante che ha risvegliato la passione, quest'amica che mi da' una spalla su cui riposare, le lettere che scrivo per lei non sono mai abbastanza. L'amore non e' mai abbastanza. #1decadeinNYC

Friday, March 24, 2017

Un giorno lungo dieci anni. New York, casa mia.

Era una primavera insolitamente fredda in Italia. E pensando a NY misi in valigia cose pesanti. Ricordo ancora come ero vestita per quel viaggio anche perche il mio bagaglio ando' perso e per un paio di giorni nn ebbi (se mai ne avessi avuto voglia) nessuna possibilita di cambiare maglione. Era a rombi verdi e lo avevo preso alla Benetton. Arrivata a New York trovai l'estate. Faceva cosi caldo che sembrava luglio. Mentre, seduta sul davanzale della finestra del mio appartamento del Queens, guardavo fuori piangendo, stravolta dalla mancanza di aria, quel sole mi avvolgeva, mi riscaldava, mi accarezzava. Quel sole e il libro "L'audacia della speranza" di Barack Obama, che cominciai a divorare, nonostante fosse in inglese, mi rimisero in piedi. Tremante ma in piedi. Abbastanza per arrivare a Pasqua, al primo brunch nel Village, agli occhi belli e ai sorrisi luminosi di Cinzia Lacopeta e alla neve che cadde improvvisa e mi trovo' come una bimba, con il naso attaccato ai vetri del ristorante, estasiata come se in ciascuno di quei fiocchi ci fosse un abbraccio di mia madre, uno di mio padre, una ragione per farcela, una speranza per non mollare. Il 27 marzo, dieci anni fa arrivai a New York. Fu doloroso come solo un parto puo' esserlo. Ve lo racconto un po'. Con pezzi di ricordi.

All'aeroporto c'era Michael ad aspettarmi. In genere, quando arrivi al JFK e' ancora giorno. Ma, in una maniera che mi sembrò "simbolica", fra la valigia smarrita e il cielo ancora post invernale, le ombre mi accolsero all'uscita. Persino Michael mi sembrava un estraneo in quell'atmosfera mista di stanchezza, rabbia, dolore. E paura. Per la prima volta, in tante volte che ero venuta qui, New York mi faceva paura. Anzi, no. Mi terrorizzava. Nel taxi, che mi portava in un quartiere in cui non avevo mai messo piede prima, parlammo poco. Dovevo controllare le lacrime. La casa era bellissima, la piu bella che abbia avuto in questi 10 anni e arredata con gusto. Tante finestre e tanto spazio. Una cucina con la finestra, come non mi e' piu capitato. Affacciava in strada: per mesi avrei, all'ora di pranzo, guardato le mamme tornare da scuola con i bambini vocianti e provato un dolore cupo e capito, per la prima volta, che cos'e' la nostalgia. Sul frigorifero, Tim, il proprietario della casa, mi aveva lasciato un biglietto che diceva "Benvenuta a casa Angie. Spero ti troverai bene qui. Ho fatto un po' di spesa (frutta, verdura, latte, biscotti, formaggi) nel caso ti venga fame. Chiamami se hai bisogno di qualsiasi cosa". Michael aveva fame e preparo' l'oatmeal: non sapevo nemmeno cosa fosse, ora e' una delle mie cose preferita. Quando andò a dormire, seduta sul divano, rileggevo il biglietto di Tim. Non ci eravamo mai incontrati. Era un amico di una conoscente che doveva andare a LA per fare una serie TV e cercava qualcuno che prendesse la sua casa. Eppure in poche righe aveva scritto - senza scriverlo - che sapeva come mi sentivo. Che mi abbracciava. Che potevo appoggiarmi alla sua spalla e piangere. Mi avevano raccontato di una citta' inumana e svogliata e di fretta. Nessuno, mi ha tenuta stretta stretta come i newyorchesi. Almeno per i primi anni. Loro mi hanno salvata dalla mia solitudine. Era il 27 marzo di dieci anni fa. Ero arrivata in America come tutti quelli che hanno un sogno, ma, lo ricordo, a lungo, molto a lungo, fu l'incubo della mia vita. Finche non mi lasciai amare. #1stdecadeinNYC

La casa di Jackson Heights era piena di luce. Nei miei successivi 6 traslochi in 5 anni, prima di approdare alla casa dove sono ora, non avrei quasi mai visto la luce o sentito il calore del sole sul viso. In compenso avrei trovato spesso compagnie indesiderate come scarafaggi e topi. Quella casa, pero', la casa di Tim, era uno specchio e trasudava serenità. La mattina successiva al mio arrivo usci e feci un giro: non era Napoli e io non ci volevo stare la'. Non mi piacevano le facce, non mi piacevano i negozi, non mi piaceva come parlavano, non mi piaceva quel supermercato dove non trovavo le "mie" cose. Tornai a casa ancora piu spezzata dentro. Ero venuta fin qui per non morire di dolore in Italia e stavo morendo di dolore. Aspettavo con ansia l'ora per chiamare a casa: sentire la voce di mia madre e mio padre. Raccontargli una verita che non esisteva. Raccontargli che ero contenta. Quando finivamo di parlare, tutta l'attesa si era trasformata in senso di colpa per tutte quelle bugie. Avevo mentito cosi poche volte ai miei genitori nella mia vita. Qualche giorno dopo, decisi di esplorare il giardino all'interno del palazzo, che vedevo dalla mia stanza da letto. Amo i palazzi con i giardini interni, ce ne sono molti a NY. Quello, pero', e' stato il piu' bello che abbia mai visto. Curato, pieno di fiori e con delle panchine sia all'ombra che al sole che sembravano avermi atteso per anni. Incontrai qualcuno del palazzo e sorrisi timidamente e andai via, piena di vergogna come se avessi violato la privacy di qualcuno. Come se quella non fosse casa mia anche. E no, non lo era. Non ancora. Quelle panchine diventarono mie amiche. Li consumai le pagine del libro di Obama e quello "yes we can" divento il mio monito. Quell'uomo, quel pazzo scatenato che aveva deciso di diventare il presidente degli Stati Uniti, mi parlava e mi arrivava al cuore. Decisi, in quel giardino, che se lui poteva farcela, potevo farcela anche io. Quando rimisi il libro a posto nel suo scaffale, il viso aveva preso un po' di colore e avevo imparato a fare la spesa al supermercato. Potevo provare a fare una telefonata: "comitato elettorale di Barack Obama", risposero. "Vorrei fare la volontaria", dissi. Mi capirono. Io li capii. Ero a casa. Ero a casa. Ero a casa. Me lo ridissi nella testa tre volte, come quando Martellini annuncio' che eravamo "campioni del mondo" al Bernabeu. Da dieci anni sono a casa. E non ho cancellato nessuna ferita. Perche la casa raccoglie e accoglie. Non cancella. #1decadeinNYC