Wednesday, October 4, 2017

Questa e' la mia casa


Ieri, uscendo dall’ascensore, ho incontrato i miei vicini; coppia adorabile, sulla settantina, lui prete e musicista, lei casalinga. Il loro cane, Rosie, salvato dal canile, non permetteva mai a Dorothy di entrare per prima in ascensore. Ora mi guarda sempre un po’ sorpresa.
Mi hanno detto che oggi avrebbero traslocato, per sempre. Per andare a Chelsea. Li ho abbracciati con affetto. Mi mancheranno. E mi manchera’ sentire la musica arrivare dalla loro porta, mentre aspetto l’ascensore.

A New York ci sono due cose difficilissime da trovare, un fidanzato e un appartamento. Con un mercato immobiliare fra i più costosi al mondo, la città diventa quasi un incubo quando si tratta di trovare un posto in cui vivere senza fare bancarotta e senza dividere i propri pasti con topolini e scarafaggi, senza nemmeno essere Cenerentola.

Nei miei primi cinque anni qui, ho cambiato sette appartamenti: alcuni non meritavano nemmeno quest’appellativo.
Uno dovetti liberarlo da un giorno all’altro e, non sapendo dove tenerli, mi lasciai alle spalle anche tutti i mobili, inclusa la poltroncina di bambù nella quale mi appollaiavo, mentre guardavo la TV. In quella stanza con angolo cottura che, presuntuosamente, chiamavo appartamento, ero stata, però, felice: li’ avevo ricominciato a scrivere veramente, seguendo la campagna elettorale di Barack Obama; li’ ero tornata alle 23.30 di un 31 dicembre per augurare buon anno a Dorothy e, con in mano, il mio primo visto da giornalista; li’ ero rimasta per 10 minuti al telefono con Michael dopo l’elezione di Obama, senza parole, solo singhiozzando. Entrambi.

In un altro, ancora più piccolo, un giorno Dorothy si alzo’ e puntò qualcosa, una cosa nera e pelosa. Enorme. Era un ratto. Più grande quasi di una mia scarpa. Passai la notte in piedi sulla poltrona. Poi scoprii che la mia casa poteva chiamarsi Topolinia, ma, siccome non mi sentivo Minnie, andai via di nuovo. Trovai il mio “studio” a Harlem due giorni prima della scadenza del contratto della casa dei sorci e, quando andarono via i traslocatori, pensai che odiavo quel posto. Con tutto il cuore.
E, invece, anche li’ fui felice. Anche li’ ci furono primi e ultimi baci e, soprattutto, ci fu Dorothy e tanta neve.
Quando mi sono trasferita in questo edificio, mi sono sentita felice e protetta. Veramente a casa. In tutti i sensi. E questo mio appartamento che, finalmente, e’ degno di questo nome, e’ pieno di luce e di calore.
Ed e’ arredato con pezzi lasciati da altri: ad ogni trasloco ho trovato un pezzo. Perchè qui ci si lascia sempre alle spalle qualcosa e ci fa piacere che qualcuno continui ad amarla quella cosa o a trovarla utile. Qui da me, ogni pezzo ha un nome e una storia. Ogni pezzo, e’ un pezzo di vita che ha incrociato la mia.

A New York e’ difficilissimo trovare la casa e l’amore. Eppure io sono venuta qui proprio per questo. Perchè difficile, non significa mai impossibile. Significa, non arrendersi. Significa, non smettere di sognare. Sognare sogni veri. Come quest’angolo di luce che io chiamo casa.

http://www.isegretidimatilde.com/questa-e-la-mia-casa/

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