Sunday, July 18, 2010

Mio padre e' un grande uomo

Ci sono momenti, mentre anche una citta' come New York si spopola e allora ti sembra che la solitudine attacchi anche te, come una tagliola dietro il polpaccio che non ti ammazza ma ti fa tanto male da non farti camminare, in cui ti fermi, anche mentre stai correndo nel parco o viaggiando in metropolitana o facendo spesa al supermercato, ti fermi, dicevo, e provi a ripercorrere la strada all'indietro per scoprire come tu sia arrivata fin qui, fino ad oggi. Con ancora un sorriso a rischiararti il viso che sembra non voler trovare posto alle rughe.

Ci sono giorni in cui forse e' cosi' tanta la paura del domani che ti volti indietro per rassicurarti che non ci fosse davvero un appiglio al quale afferrarsi, che non ci fossero davvero ipotesi ragionevoli per cui restare, che quell'umiliazione profonda alla quale ero stata biecamente e continuamente sottoposta non fosse cosi profonda ne' cosi bieca.

Ci sono giorni in cui, con distaccato battito del cuore che sembra non voler nemmeno piu' mutare d'accento al ricordo di cio' che lo stava incartapecorendo, cerco una conferma alla concretezza dell'essere qui. Dell'essere ancora viva e finanche felice. Seppure nella mia frammentata e postdatata esistenza.

E allora ricerco una traccia, uno scritto, una parola che io abbia inciso come sangue sulla pietra per la mia memoria. Per non dimenticare. Ho scritto sempre. Cio' che non so dire, lo scrivo. Anche a chi, forse, non ha piu' occhi per leggere perche' il velo di tristezza che potrebbe appannare lo sguardo renderebbe deboli e disarmati. E chi controlla la vita degli altri attraverso un potere malato e disumano, deve avere paura delle parole che possono essere come l'eco di un mondo in cui una stretta di mano contava ancora come la parola d'onore di una persona che non e' d'onore ma agisce onorevolmente.

E ho trovato questa. Scritta per una di quelle persone che hanno reso ridicoli i miei sogni. Ma non ucciso.

"Mio padre e’ un grande uomo, uno di quei vecchi comunisti che rendono onore al significato piu’ alto e “religioso” di un’ideologia morente che ha dato speranze a milioni di uomini e donne nel mondo.

Mio padre, quando eravamo bambini ci diceva che dovevamo essere i migliori a scuola altrimenti non avremmo potuto reclamare il rispetto dei nostri diritti: ci avrebbero definito comunisti fannulloni

Mio padre aveva messo in cucina uno di quei calendari pieno di foto di bambini africani divorati dalle mosche e dalla fame e se non ci piaceva qualcosa ci indicava le foto e ci diceva di vergognarci.

Mio padre ci raccontava che da ragazzo, con la fame che lo devastava, trovo’ un portafogli pieno di soldi e felice lo porto’ a casa e che mia nonna, vedova, lo porto’ in chiesa al prete perche’ ne trovasse il proprietario. Che non regalo’ nemmeno una mancia.

Mia nonna, racconta mio padre, si era messa attaccata sulla parete la foto di Mussolini e mentre girava povero cibo in un pentolone, insufficiente per tutti, alzava lo sguardo e sputava sulla foto del Duce, bene dritto sulla faccia

Mio nonno, contadino, analfabeta, racconta mio padre, la sera si puliva le scarpe con un panno e andava a scuola serale per imparare a leggere. Aveva sogni piccoli ma li inseguiva.

Mia zia, giovane ragazza, lavorava alle Cotoniere di Fratte e andava a piedi da Cava dei Tirreni tenendo bene a bada chi provava a mancarle di rispetto.

Mio padre e mia madre ci hanno cresciuti bene, ci hanno fatto studiare e io sono stata una bambina e una ragazza felice. E ancora lo sono.

Non hanno mai fatto una vacanza. Ma mio fratello e’ andato all’altro capo del mondo, in Colombia, per adottare un bambino di quattro anni, Cristian, che oggi parla con l’accento romanesco e gioca alla play station come tutti i bambini (o quasi) dell’altra parte del mondo.

Una famiglia come tante la mia. Lo so. Politicamente corretta. Di quelle dimenticate che Santoro non invita alle sue trasmissioni su Napoli.

Mio padre stamattina, per l’ennesima volta, mi ha chiesto se io fossi davvero sicura di aver fatto tutto il possibile per MERITARE un lavoro e se fossi stata abbastanza umile e perbene. Abbiamo litigato. E detesto litigare con mio padre. Lo amo troppo. Ma lui non comprende il perché del mio fallimento, di questa mia quotidianeita’ senza un lavoro che possa definirsi tale e di quel curriculum, in cui ci sono i sacrifici infiniti suoi e di mia madre, che non vale niente per nessuno.

E a dire il vero non lo capisco nemmeno io.

Ma io non ho tempo piu’ per darmi risposte. Io prendo atto e vado avanti e mi rimbocco le maniche.

Lascio questa citta’ che amo e che muore. Io sono così piena di vita e di allegria che non voglio morire.

Mi aveva detto che dovevamo parlarci. Non avra’ avuto tempo, lo capisco. Ci sono emergenze che opprimono. Io non sono un’emergenza, sono una persona un po’ strana, un po’ originale che le scrive lettere e che, stranamente (visto che e’ molto alla moda oggi) non ce l’ha su con lei.

A New York avrei fatto bene. Benissimo. In qualsiasi altro compito lei avesse voluto affidarmi avrei fatto bene. Questo lo so.

Volevo salutarla e farle capire da dove arriva parte di quella mia originalità, testardaggine e incrollabile certezza che e’ meglio essere in pace con sé stessi. Sempre e in ogni caso.

Un abbraccio
Angela
(1997)

3 comments:

Nicle said...

io che penso che TUTTI siate una grande famiglia ... ;)

Anonymous said...

....come soleva ripetere il grande principe de Curtis: "alla fine della giornata ci sono gli occhi della coscienza che mi guardano e m'interrogano se mi sono comportato bene verso il mondo. Se la risposta è affermativa posso dormire tranquillamente".
La vita, nonostante tutto o per fortuna, rimane una stupenda avventura che vale la pena vivere. Fino in fondo.
Leonardo

Luigi said...

caspita Angela!

Vorrei dire molte cose , scelgo questa: vorrei che mia figlia da grande possa dire di sè (e anche di me) quello che hai scritto tu qui.

Lamerica non mi è simpatica ma se ci sono anche persone come te...
ciao
LuigiS*
*(se ti ricordi, sono intervenuto sul FQ anche nel tuo blog).