Wednesday, April 17, 2013

Il prezzo di una passione

Partiamo da una premessa: a me di dire che "sono" una giornalista non importa nulla. A volte preferirei essere una pasticciera da Magnolia Bakery e vivere fra quell'odore meraviglioso di zuccheri e creme e cupcakes colorati. Nemmeno ingrasserei perche' i cupcakes non mi piacciono.

Io, dunque, non appartengo alla categoria di chi ama precisare "pubblicista o professionista" e se ne va in giro con badge attaccati al collo come collari per cani, nemmeno tanto eleganti. Ogni volta che mi danno un badge, onestamente, tutto cio' a cui penso e' se questo mi da' diritto ad accedere ad un buffet e mangiare gratis. Vergognarmi? Assolutamente no. Perche' sono povera e spesso non ho i soldi per fare la spesa. Dunque, un pasto gratis fa sempre comodo. E se me lo offrono per stare 8 ore a seguire i lavori noiosissimi di un Summit, dove l'unica cosa bella e' incontrare Barack Obama, allora e' meritato.

Il mio sogno e' cucinare. La mia aspirazione e' parlare in radio. Cio' che faccio con piu' facilita' e' scrivere. Quando vivevo con le mie coinquiline, ai tempi dell'universita', a San Valentino, io puntualmente single, scrivevo i loro biglietti per i fidanzati: tutti diversi, tutti cuciti addosso alla persona. Non mi piace copiare. Trarre ispirazione dai dati si', ma copiare lo detesto. Per questo sono stata capace, in un paio di occasioni, di scrivere prefazioni allo stesso volume firmate da tre persone diverse: tre prefazioni diverse per contenuto, linguaggio e stile.

Premesso cio'. Spesso mi insultano quando scrivo e onestamente nemmeno questo mi importa particolarmente. Noto, pero', spesso, sorridendo (a volte incazzandomi) che molti mi accusano di non capire un cazzo di niente perche' me ne vivo nel mio modo dorato newyorchese, strapagata e obbligata solo a passare da una festa all'altra di gente Vip.

La gente non sa nulla ma prova ad insultarti usando stereotipi beceri che qualcun altro gli ha messo nella testa. So anche questo.

Un'altra piccola premessa, prima di arrivare al punto. Io qui sono felice e non tornerei in Italia. Ho gia' persino individuato la panchina a Riverside Park, che guarda al fiume e che, grazie ad una colletta di amici che Chiara organizzera', la citta' dedichera' al mio nome. Voglio restare qui da viva e da morta, per continuare a vivere.

Ieri ero a Boston. Ho scritto un pezzo, secondo me bello. Quel pezzo, fra un mese o un mese e mezzo mi verra' retribuito con una cifra che ripaga malapena il biglietto dell'autobus per andare a Boston e il panino che ho mangiato e l'acqua che ho bevuto. Gratuitamente, come tutti i blogger, ho anche scritto un blog e tweettato per tutta la giornata per raccontare la cronaca del day after. Credo di aver fatto un buon lavoro. Fra molte settimane, dicevo, mi arrivera' un pagamento (che ad altri nemmeno arriva, lo so) che coprira' poco o niente. Sottolineo che, per risparmiare, non ho preso l'aereo e nemmeno il treno (300$ il treno contro i 35$ del bus) e mi sono fatta NOVE ore di viaggio andata e ritorno che all'arrivo non potevo nemmeno muovere le gambe. Ho mangiato un panino, scegliendo rigorosamente il piu' economico e ho bevuto una coca cola perche' costa meno dell'acqua. Ho attraversato Boston a piedi con due borse pesanti per non prendere un taxi ne' comprare il biglietto della metropolitana. Ho fatto foto con la macchina che sto pagando a rate, 30$ al mese, e quando dovevo scrivere il pezzo mi sono resa conto che l'unico Starbucks vicino (dove puoi sederti senza consumare) era chiuso. Avevo voglia di piangere perche' ovunque avrei dovuto comprare un credito e spendere altri soldi. Poi ho visto, come se avessi visto la madonna, la sede della mia palestra, il mio vero unico lusso newyorchese: una palestra la cui membership ti da accesso alle sedi di tutti gli USA. Sono entrata li' trafelata e mi sono seduta a terra perche' il filo dell'Ipad era troppo corto e ho scritto. Ho scritto mentre intorno, musica ad alto volume, la gente faceva ginnastica. Avevo sete e fame ma non potevo muovermi perche' il tempo era quasi finito. Quando ho schiacciato invio e il capo mi ha detto "ok", sono rimasta seduta li' per qualche minuto con tanta voglia di piangere. Dovevo fare la pipi e le gambe non le sentivo piu'. Ma poi mi e' arrivato un messaggio e qualcuno mi diceva "brava, ottimo lavoro". Giusto il preludio delle parole di mia madre, stamattina, "mi hai fatto commuovere".

Quando "sei" giornalista, quando hai questa maledetta passione ti viene difficile chiedertene prima il prezzo. Quello che paghiamo noi, freelance, carne da macello, anime calpestate e nomi senza dignita' di gloria alcuna, e' un prezzo disumano. Di cui nessuno prova vergogna. Nemmeno, ovviamente, quel comico volgare che ci definisce "poveracci da 10 euro al pezzo".

Non "odio" i miei colleghi da stipendi da tanti zero al mese, con belle case, hotel dove riposare e scrivere e fare pipi e ristoranti dove mangiare. Non li odio. Sia chiaro. Ma noi siamo carne da macello e, spesso, anche loro ci guardano con un'insopportabile puzza sotto il naso. Gli altri poi, hanno di noi immagini assolutamente lontane dal reale che ci rendono ancora piu' invisibili.

Se mi chiedono se mi sento una giornalista dico di no. Giornalista e' chi puo' vivere di questo mestiere. Io faccio altro per consentirmi il lusso di scrivere. Io, senza vergogna, spesso sopravvivo con l'aiuto di amici (americani) che mi mandano una spesa a casa o che mi regalano vestiti o persino una visita medica. Vivo dei "regali" che mi fanno mia madre e mio padre ritagliandoli da una pensione ridicola e della mia versatilita', della mia umilta' e del mio orgoglio che mi fa sentire sempre una spanna superiore a tanto marciume che languidamente stagna sotto di me. Se mi chiedono che faccio io, al massimo, dico "scrivo" che significa tutto e niente. E quando mi dicono "sei una giornalista?" dico no e spiego che nel paese dove sono nata, per "essere" una giornalista devi essere ricca o avere "gli amici giusti". Come per tutto il resto.

Ieri ho raccontato Boston. Mio padre mi ha detto, tu ci metti sempre un po' di cuore, gli altri no. Forse dovresti fare anche tu cosi. Forse no papa'. Loro fanno un mestire. Io mi consento il lusso di una passione.

2 comments:

Francesca Mastrofini said...

Angela, per quel che vale io ti do il premio Pulitzer. Alla passione, alla tenacia, alla voglia di crederci. Tieni duro!

Anonymous said...

Normalmente nel commentare i tuoi post le parole fluiscono con disinvoltura. Questa volta mi sento in difficoltà.
Oggi la prospettiva si fortemente complicata tanto che si può ben dire che il lavoro, per chi ce l’ha, è un “privilegio”. E questo “privilegio” bisogna tenerselo ben stretto.
Dezoomando il discorso al caso in essere è semplice da parte del lettore sedersi sul divano mentre sorseggia un caffè caldo con una mano e con l’altra sfoglia il suo giornale preferito non sapere cosa si cela dietro quel mare d’inchiostro. Leggevo con consapevolezza, oltre che per il contenuto dell’articolo, anche per il sudore che quel pezzo comporta fin da quando ci siamo conosciuti, cara Angela.
L’evoluzione, o piuttosto l’involuzione del lavoro ha creato una nuova categoria di giornalismo cosiddetta freelance. Forse un tempo era di nicchia, oggi purtroppo non è più così.
Ma qualunque lavoro un essere umano svolga la sua nobiltà sta nella nobiltà del lavoratore. E allora che sia: continua a tenere la barra dritta e affronta i venti per gonfiare le vele e non importa se l’andatura è di bolina.
Leonardo