Wednesday, February 14, 2018

No non lo so cosa farei

No, non lo so cosa farei io se provassero a violentarmi. 

Ci penso poco e sempre, allo stesso tempo. Perche quando sei una donna, quella, crescendo, e' un delle tue piu' grandi paure. Nemmeno essere violentati se si e' uomini e' una "passeggiata" - sia chiaro. Eppure quando sei una donna e cresci, ti porti dentro questo peso enorme di non "fare la cosa sbagliata". Di non provocare. Di non fare una leggerezza anche se hai vent'anni. Di non essere troppo bella. Troppo felice. Troppo amichevole. O poco umile. Poco attenta. Poco accorta. Hai troppo seno o poco seno. Gonne troppo corte e pantaloni troppo stretti. Hai voglia di vivere, soprattutto, come chiunque e, quello, e' un peccato originale gravissimo. Probabilmente se qualcuno, con una pistola alla cintura, provasse a violentarmi, per citare Troisi, mi sbottonerei persino i pantaloni per la paura che mi venga fatto ancor piu male. Altro che urlare. Invece tutti hanno il decalogo di cosa fare e come reagire. Tutti hanno gia' deciso chi ha sbagliato, ancora una volta. A me non importa che siano carabinieri o preti. A me importano quelle frasi "se la sono cercata", "erano ubriache", "che si aspettavano". A me importa la condanna sociale che ricade sempre su di noi. Persino quando i fatti chiariscono che siamo davvero vittime. Ci sara' sempre chi dira' "pero' potevano stare piu' attente". Recentemente mi e' capitato un episodio di violenza. Ho avuto paura, ma me la sono cavata. Eppure ho sentito tanti, e non solo uomini, dirmi "la prossimia volta stai piu attenta". No, non ero ubriaca; no, non era uno sconosciuto e no, non l'ho provocato. Ma se una donna e' persona e si relaziona a persone di sesso maschile deve sempre, per la gogna mediatica, essere "piu attenta". Piu' attenta ad essere meno libera. Meno viva. Meno umana. E quel vostro illudervi che le vostre figlie, sorelle, madri non correrebbero questo pericolo perche' loro si "che stanno attente", loro si' che non "si comportano con leggerezza" e' la vostra peggiore condanna. La prigione in cui vi chiudete per non vivere e bisogna augurarsi che mai la vita vi "liberi" con un bagno di realta', perche soccombereste.
No, non so cosa farei se qualcuno mi violentasse. Non so se urlerei. Se allargherei le gambe per rendere tutto piu veloce (e voi non trovereste i segni di "violenza" perche' certo "solo" quella e' la violenza). Se tratterrei il fiato per non "sentire". Se preferirei morire piuttosto.
Ma so che dopo denuncerei. Nonostante voi. Perche' non permetterei - in condizione di sicurezza - di violentarmi ancora. 
Nonostante la violenza di "giornalisti" che pubblicherebbero il resoconto pornografico di quella violenza; nonostante le "giornaliste" che mi descriverebbero come una puttana. Io denuncerei. Perche' anche dopo, i criminali restereste voi e non io. Le vittime non diventano criminali mai. Voi si. Nel vostro essere complici.
No, forse non urlerei nemmeno io e spero di non scoprirlo mai. Ma vi guarderei sprezzante e fiera. Perche' chi violenta, anche se violentasse una prostituta incontrata in un bordello che decide di dire no "all'ultimo secondo", e' un criminale. LUI e' un criminale. Sempre. E noi io.

La miseria umana

La miseria umana

Il sudore mi colava dalla tempia mentre provavo a mantenere un equilibrio complicato in un piccolo autobus, stracolmo, che s’inerpicava lungo le curve ombrose che da Vietri sul Mare portano a Cava de’ Tirreni. La passione per il mare mi portava ad affrontare qualsiasi sacrificio, provando, allo stesso tempo a non infrangere leggi (quindi NO ai pulmini abusivi che non rilasciano titoli di viaggio e che ammassano viaggiatori sfidando ogni norma di sicurezza e di dignita’) e a non sottopormi a maratone improponibili nella calura estiva.
Quella goccia che scendeva lenta m’infastidiva; non piu’, tuttavia, del fracasso, di urla e parolacce, messo in scena, ad un passo da me, da un gruppo di ragazzine (e qualche maschio), di circa 15/16 anni che stavano mettendo a soqquadro l’intero autobus nell’indifferenza generale. A un tratto, una di quelle ragazze decise che era tempo di dedicare le sue attenzioni a un uomo che, silenziosamente, stava immobile, in fondo al mezzo, con la sua borsa che raccontava di chilometri macinati a camminare sotto raggi infuocati come la sabbia sotto i piedi. Lei, spavalda e cattiva, di quella cattiveria che sono le vite ormai gia’ bruciate dall’assenza di speranza sanno mostrare, gli si avvicino’ e comincio’ ad insultarlo, chiamandolo “negro di merda” e altre cose cosi. Lui, senza muovere nemmeno un muscolo, taceva guardando altrove.
Lontano, dove era la sua casa, quella vera che aveva dovuto lasciare, forse lasciandosi dietro persone amate, per scappare in cerca di un po’ di fortuna, e ora era qui, in un bus pieno di gente vinta dalla quotidianeita’, indifferente a quanto stesse accadendo. Il suo silenzio innervosi’ la ragazza che, come fosse respirare una boccata di aria fresca, comincio’ a schiaffeggiarlo e sputargli sul volto, continuando a insultarlo. Intorno, nessuno guardava. Ognuno continuava il suo viaggio nella miseria umana, senza voltarsi, senza prestare attenzione. Figuriamoci cuore. Fu un attimo: incrociai gli occhi di quell’uomo.
E mi vidi riflessa. Io emigrante in un paese straniero e lontano da qui, raggiunto alla ricerca di una via di scampo e lui, emigrante, in un paese straniero che lo odiava, raggiunto alla ricerca della sopravvivenza. I nostri occhi si incrociarono. E vidi il mio essere bianca nei suoi occhi scuri. Bianca che tornava dal mare dove aveva trascorso ore per diventare “nera”, in un bus stracolmo di odio. Nel mio paese lontano, io avevo questa pigmentazione di pelle che mi rendeva tutto meno doloroso. Lui era nato nero. Condannato a morte.
Intimai alla ragazza di smetterla. Lei mi guardo’ piena di odio. Mi insulto’. Le intimai di nuovo di smetterla. La gente, quei fantasmi pieni di rassegnazione che viaggiavano con me, mi guardarono pieni di pena e mi dissero di farmi i fatti miei. Come se quelli non fossero fatti miei. L’autista continuava la sua marcia in sprezzo alla situazione di pericolo che si era creata. Io composi il 113.
Per un attimo sbagliai. Digitai 911. Volevo essere a New York in quel momento. Perche’ anche a New York poteva succedere un episodio del genere, ma non avrebbe avuto lo stesso epilogo.
Chi mi rispose al telefono mi ignoro’. Intanto la banda di disperati aveva spostato le attenzioni su di me con minacce e insulti. Io ad alta voce – fingendo che mi fosse stato offerto soccorso – dissi dove eravamo e ringraziai per la sollecitudine. Funziono’. Si spaventarono. Chiesero di scendere e scesero. Io sudavo ancora, stavolta per la paura.
Ero attorniata da nemici. I miei concittadini erano miei nemici. Avevo persino perso il contatto con gli occhi dell’uomo che ora erano persi in un punto verso il basso. Verso il suo quotidiano inferno.
Il gruppo di disperati, cittadini italiani, che un giorno voteranno e costruiranno il futuro, scese e comincio’ a sbattere gli ombrelloni sul vetro del bus che miracolosamente non si ruppe. Ripartimmo. Tutti mi guardarono con disprezzo.
Nessuno mi guardo’ negli occhi.
Sia chiaro che la maggiore responsabilita’ e’ e resta di chi rimase fermo e indifferente. La colpa, la vera colpa e’ di chi mi disse di farmi i “fatti miei”. La miseria e’ di chi non guardo’ negli occhi me o l’uomo colpito e insultato.
Era domenica. Molti di quei viaggiatori, si sarebbero ripuliti e sarebbero andati a Messa a mostrare ai loro connazionali di essere buoni e umani. Loro che non sanno piu’ guardare negli occhi, presi a fissare il colore della pelle o la stoffa di un abito.
Quest’anno sono andata poco al mare. Mi manca la mia Vespa e la solitudine dignitosa del viaggiare senza miseria umana. Senza disperazione.
Eppure non ho smesso di guardare i miei simili negli occhi. Come si fa fra esseri umani

Wednesday, February 7, 2018

Profumo di Natale

Profumo di Natale


Ho sempre odiato febbraio. Il suo essere breve. Piovoso. Senza feste, anzi con una sdolcinata che mi da’ la scarlattina. Spesso, abbinata al Carnevale che mi mette tristezza. Per non parlare di Sanremo che non ho mai guardato, non per essere chic, ma proprio perche’ mi annoia.
Ho sempre odiato febbraio. Forse per quello decisi di partire per New York a marzo, per dare alla luce e alla primavera il compito di tenermi stretta in quel viaggio di solitudine, pieno di ombre e di inquietudini. Che fosse vita almeno intorno a me, visto che non lo era piu’ dentro di me. Febbraio, mese odiato, andava bene per fare i bagagli, salutare, provare a non sentire niente e, allo stesso tempo, sentire tutto cio’ che avrei dovuto tenermi dentro, nei muscoli, come ossigeno.
E cosi fu. Undici anni fa, attraversai i giorni di questo mese come se stessi attraversando il corridoio che ti separa da un labirinto dal quale non sai se sarai piu’  capace di uscire. No, non c’era gioia in quel partire. Non c’era ottimismo e non c’era esaltazione. C’era stanchezza e c’era disperazione. E la voglia di ritrovarsi.
Ho sempre odiato febbraio. Finche’ ho smesso di odiare qualcosa che fosse vita. Finche’, anzi, la vita mi ha sopraffatta con tale irruenza che non ha lasciato piu spazio all’odio. Rabbia a volte, spesso necessaria. Inquietudine, perche’ e’ sotto la mia pelle. Paura spesso. Ma non odio.
Non ricordo quando abbia smesso precisamente di odiare febbraio. Insieme al resto. Sono certa, pero’, che fu in una delle mie passeggiate a Riverside Park con Dorothy, lei con il suo cappottino rosso che conservo con cura con tutte le sue cose, nascoste agli occhi ma non alla mia vita. Sono certa che fu mentre scendevo per la discesa che dall’altezza dell’84ma strada, porta verso la rotonda e di lí, ancora, con altre scale, verso quel tunnel ombroso che alla fine ha l’argento del fiume, lo skyline del New Jersey e il profumo della liberta’.

Sono certa’ che fu in una di quelle discese, sempre fatte con passo lento, sempre frenata dalla paura irrazionale che le discese e le salite mi trasmettono sin da bambina. Un contrappasso, visto che la mia vita e’ come le montagne russe.
Sono certa che fu in una di quelle discese, mentre Dorothy rallentava il suo passo per non tirarmi a terra, che sentii forte l’odore di Natale. A febbraio.
L’odore solido degli abeti, cosi inconfondibile e amato. Eppure non c’era un solo abete intorno. Scoprii, seguendo l’odore, che, poco distante c’era un punto di raccolta di tutti gli alberi lasciati in strada dopo le feste, dove li riducevano in piccole parti con le quali, grazie ad una macchina, coprivano tutte le aiuole prive di erba per il freddo. Quello strato di pezzetti di abete diventa come una coperta che fertilizza e, intanto, diffonde il suo profumo, tutt’intorno, per giorni e giorni.
In una di quelle passeggiate come Dorothy, smisi di odiare febbraio. Anzi, ne presi solo atto. Come potevo, poi, davvero averlo odiato, quando a Napoli mi travolgeva, proprio nello stesso periodo, il profumo della mimosa, delle viole e delle fresie? Non le mimose di marzo, ma quelle di fine gennaio e inizio febbraio sono da sempre le mie piu’ amate, con quel loro profumo intenso, come se volessero annunciare al mondo che hanno vinto sull’inverno, sul freddo, sulle ombre. Con quel loro giallo e il velluto di quelle palline che poi cadono ovunque e ti tengono compagnia fino alla ripresa del sole che acceca.

Undici anni fa ancora odiavo febbraio. Questo viaggio alla ricerca di me stessa, mi ha restituito anche il mio amore per questi profumi. Per queste passeggiate. Solitarie quest’anno, ma con lei, Dorothy, comunque, sempre al mio fianco.

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